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Aggressioni in carcere a Torino e Saluzzo, l’allarme della Garante regionale

Monica Formaiano esprime solidarietà agli agenti feriti e chiede interventi strutturali per prevenire nuove tensioni negli istituti penitenziari piemontesi

Loredana Polito 20/08/2026
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La violenza nelle carceri piemontesi non può diventare la normalità. È questo il punto centrale dell’intervento di Monica Formaiano, Garante regionale delle persone detenute, dopo i recenti episodi di aggressione avvenuti negli istituti penitenziari di Torino e Saluzzo, di cui abbiamo scritto sul nostro quotidiano negli scorsi giorni.

Al centro ci sono la sicurezza degli operatori, le condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria e, allo stesso tempo, la tutela delle persone detenute nelle carceri piemontesi.

Monica Formaiano esprime «piena solidarietà, vicinanza e un sincero augurio di pronta guarigione» alla dirigente e agli agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria coinvolti nei due episodi. Una decisa presa di posizione accompagnata dalla richiesta di fare piena luce sulle circostanze delle aggressioni e di mantenere alta l’attenzione su una situazione che rischia di aggravare ulteriormente la pressione all’interno degli istituti.

«Ogni episodio di violenza deve essere condannato con fermezza e non può essere considerato un fatto normale», sottolinea la Garante piemontese, secondo la quale è necessario accertare rapidamente quanto accaduto e, soprattutto, comprendere quali siano le condizioni nelle quali gli operatori sono chiamati ogni giorno a svolgere il proprio lavoro.

Il tema, però, non può essere affrontato soltanto attraverso la cronaca dei singoli episodi. Per Formaiano le aggressioni devono essere inserite in un quadro più ampio, segnato da criticità strutturali e organizzative che possono contribuire ad aumentare tensioni e conflittualità. Una lettura che guarda dunque oltre l’emergenza e punta l’attenzione sulle condizioni complessive del sistema penitenziario piemontese.

Tra i fattori indicati dalla Garante ci sono innanzitutto le condizioni strutturali degli istituti, non sempre adeguate, ma anche le difficoltà nella gestione delle persone detenute più fragili. A questo si aggiunge il periodo estivo, durante il quale la riduzione delle attività trattamentali e della presenza di personale può rendere ancora più complessa la gestione quotidiana delle situazioni a maggiore criticità.

È in questo contesto che la sicurezza assume un significato più ampio. Non riguarda soltanto la necessità di impedire nuove aggressioni, ma anche la possibilità di garantire condizioni di lavoro dignitose agli operatori e condizioni di vita adeguate alle persone detenute. Due esigenze che, secondo Formaiano, non devono essere messe in contrapposizione.

«La tutela della dignità e dei diritti delle persone detenute non è in contrapposizione con la tutela della sicurezza degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria», afferma la Garante. Le due dimensioni, spiega, sono strettamente legate e devono procedere insieme, perché un istituto nel quale gli operatori possono lavorare in condizioni sicure è anche un istituto nel quale può essere garantita una migliore qualità complessiva della vita detentiva.

Da qui arriva la richiesta di intervenire sulle cause delle tensioni, senza limitarsi alla gestione delle emergenze. Servono più risorse e una presenza di personale adeguata alle necessità, ma anche formazione, spazi funzionali e una maggiore continuità delle attività trattamentali. Interventi che, nella prospettiva della Garante, possono contribuire a ridurre le situazioni di esasperazione e a rendere più efficace il lavoro quotidiano degli operatori.

La formazione rappresenta uno degli strumenti indicati per rafforzare la capacità di prevenzione. In un ambiente complesso come quello penitenziario, infatti, la gestione delle situazioni critiche richiede professionalità e preparazione, oltre a un’organizzazione capace di intervenire prima che le tensioni degenerino.

Anche le condizioni materiali degli istituti hanno un peso. Strutture più adeguate e spazi meglio organizzati possono incidere sulla gestione della quotidianità, così come la possibilità di mantenere attive le iniziative rivolte alle persone detenute. L’obiettivo, secondo Formaiano, è costruire un sistema nel quale la sicurezza non dipenda soltanto dalla capacità degli operatori di reagire agli episodi più difficili.

Le aggressioni di Torino e Saluzzo riportano al centro una questione che riguarda l’intero sistema penitenziario. Da una parte, c’è la necessità di proteggere chi lavora negli istituti e garantire che possa svolgere il proprio compito senza essere esposto a rischi evitabili, come ripetute più volte anche dai sindacati di Polizia penitenziaria. Dall’altra, c’è il dovere di assicurare condizioni dignitose alle persone ristrette, anche attraverso strumenti capaci di ridurre le tensioni e favorire percorsi trattamentali.

Per la Garante, insomma, la risposta alla violenza non può esaurirsi nell’intervento successivo all’aggressione. Deve partire prima, attraverso prevenzione, organizzazione e risorse. «La sicurezza non può essere affidata soltanto alla capacità degli operatori di fronteggiare le emergenze», conclude Monica Formaiano, indicando nella disponibilità di personale, nella professionalità, nella prevenzione e nell’attenzione alle condizioni complessive degli istituti gli elementi necessari per affrontare una situazione che continua a richiedere interventi strutturali.

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