I nemici del Drake: quando l’ingegno inglese sconfisse la potenza Ferrari

Al Museo dell’Automobile di Torino una mostra ripercorre trent’anni di innovazioni, rivalità e rivoluzioni culturali

Eliana Puccio 26/08/2026
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Piccole officine, capitali limitati e nessuna automobile di serie da vendere. Soltanto ingegno, velocità di sperimentazione e una concezione radicalmente nuova delle competizioni. È la rivoluzione industriale e culturale dei costruttori britannici che, tra la fine degli anni Cinquanta e gli Ottanta, mise in discussione il dominio della Ferrari e cambiò per sempre la Formula 1. A raccontarla è la mostra ‘I Nemici del Drake. Enzo Ferrari e le scuderie inglesi’, visitabile fino a domenica 11 ottobre 2026 al Museo nazionale dell’Automobile di Torino.

Curata da Carlo Cavicchi e Mario Donnini con Maurizio Cilli, l’esposizione occupa oltre duemila metri quadrati al piano terra del Mauto e riunisce 23 vetture iconiche: 22 monoposto di Formula 1 e una Mini Morris, simbolo di quella capacità britannica di trasformare la funzionalità industriale in stile e immaginario popolare.

Il percorso ricostruisce trent’anni di competizione sportiva, ma anche due differenti modelli produttivi. Da una parte Enzo Ferrari, espressione di una cultura automobilistica fondata sulla centralità del motore, sulla forza del marchio e su una struttura industriale capace di progettare e costruire ogni componente della vettura. Dall’altra le piccole scuderie inglesi, spesso nate in spazi angusti, prive di catene di montaggio e di una produzione stradale, ma molto più leggere, flessibili e rapide nell’introdurre nuove soluzioni.

Ferrari le definiva, con una punta di disprezzo, ‘garagisti’. Loro rispondevano chiamandolo ‘Drake’, accostandolo al celebre corsaro inglese Francis Drake. Dietro le provocazioni si combatteva una battaglia economica e tecnologica destinata a ridefinire gli equilibri del campionato: i team britannici rinunciavano alla costosa integrazione verticale, acquistavano i motori disponibili sul mercato e concentravano risorse e competenze su telai, aerodinamica e organizzazione.

«Sbucavano dal nulla assemblando le loro monoposto in maniera anticonvenzionale, dando un calcio alla tradizione delle vetture con i musi lunghissimi e praticamente niente dietro», osserva Carlo Cavicchi. «Nascevano in locali striminziti, con mezzi economici ridotti, poche maestranze, niente catene di montaggio da alimentare e neppure vetture stradali, ferme nei piazzali, da vendere. Peggio ancora: non progettavano nemmeno il motore, ma ne prendevano uno sul mercato, possibilmente quello più funzionale e dal costo accessibile».

Il racconto prende avvio dalla svolta rappresentata dalla Ferrari 246 e dalla Cooper T51, passa attraverso la Ferrari 156 e l’affermazione del modello britannico con Brabham Bt20 e Cooper T81-Maserati, per arrivare alle sperimentazioni più radicali. Sono esposte, tra le altre, Lotus 72, Lotus 56B, March 701, Tyrrell 005, McLaren M23 e Shadow Dn1. Seguono le visionarie March 761 e March 2-4-0, la Surtees TS19 e la Brabham BT45, fino a Theodore Tr1, Arrows A2 e Williams Fw07.

La Lotus 88B, con le sue soluzioni estreme e controverse, testimonia una fase nella quale il regolamento diventava quasi un terreno da interpretare creativamente. La Brabham BmwBT54 rappresenta invece la potenza dell’era turbo. Il percorso si conclude idealmente con la McLaren MP4/5 e con la Ferrari 640: la monoposto che segna l’adozione, da parte di Maranello, di una filosofia progettuale maturata anche attraverso competenze britanniche.

«In trent’anni di corse, dal 1958 al 1988, esplode una guerra planetaria tra il patriarca delle corse Enzo Ferrari, che punta tutto sui cavalli del motore, e un gruppo di piccoli costruttori inglesi», spiega Mario Donnini. Questi ultimi compensarono la minore potenza con «una creatività prodigiosa, furba e a tratti spregiudicata», introducendo quattro ruote motrici, turbine, monoscocche, motori portanti, ali, minigonne, effetto suolo e doppi telai.

Un ruolo decisivo in questa trasformazione fu ricoperto dal Ford Cosworth DFV, presente in mostra e definito ‘una rivoluzione con le candele accese’. Progettato nel 1967 da Keith Duckworth e Mike Costin con il sostegno della Ford Motor Company, debuttò sulla Lotus 49 voluta da Colin Chapman. Quel propulsore, acquistabile anche da squadre indipendenti, ridusse le barriere economiche all’ingresso e rese possibile un nuovo modello imprenditoriale: investire non nella costruzione del motore, ma nell’efficienza complessiva della monoposto.

La mostra va però oltre l’evoluzione meccanica. La rivoluzione dei ‘garagisti’ viene inserita nella cornice della Swinging London, quando il Regno Unito divenne un laboratorio internazionale di musica, moda, fotografia, cinema e nuovi stili di vita. Le monoposto, con livree sempre più riconoscibili e forme innovative, diventarono prodotti culturali oltre che macchine da competizione. Tecnologia, sponsor, comunicazione e spettacolo cominciarono a intrecciarsi, anticipando l’attuale dimensione globale ed economica della Formula 1.

«La rivoluzione culturale britannica degli anni Cinquanta e Settanta non ha un centro preciso, non ha un manifesto. Nasce da un’urgenza, un’energia collettiva e caotica, dall’errore che diventa stile», sottolinea Maurizio Cilli. A restituire quell’irrequietezza contribuisce l’installazione video ‘Too Fast to Live Too Young to Die’, realizzata con Gabriele Piana: un organismo visivo generativo che rielabora filmati d’archivio producendo ogni volta una sequenza differente.

Specifiche sezioni approfondiscono inoltre i primi esperimenti di ripresa televisiva attraverso le rudimentali camera-car e il ruolo delle donne nei circuiti, in un periodo nel quale il loro accesso al paddock era ancora precluso. Completano l’allestimento 28 caschi, quattro tute indossate da Jim Clark, Jackie Stewart, Vittorio Brambilla e Riccardo Patrese, oltre ai programmi delle gare: uno per ciascun anno dal 1958 al 1988, provenienti da Gran Premi disputati nei cinque continenti.

Per il Mauto, ‘I Nemici del Drake’ rappresenta anche un’operazione di posizionamento internazionale, costruita attraverso prestiti e collaborazioni con istituzioni e collezionisti. Il patrocinio dell’Ambasciata britannica e del ministero della Cultura attribuisce inoltre al progetto una dimensione diplomatica, rafforzando il dialogo tra Italia e Regno Unito.

«Dopo la grande mostra ‘Ayrton Senna Forever’, portiamo i nostri visitatori in una straordinaria immersione storica nella Formula 1, con un inedito parallelo tra le opposte culture del motorismo sportivo italiano e anglosassone», afferma il presidente del Mauto, Benedetto Camerana. La rivalità tra Ferrari e i costruttori inglesi diventa così la storia di uno scontro fra modelli industriali: tradizione contro flessibilità, potenza contro leggerezza, fabbrica integrata contro rete di fornitori e competenze specializzate. Una competizione che non produsse soltanto vincitori e sconfitti, ma contribuì alla nascita della Formula 1 moderna.

Direttore: DIEGO RUBERO
AUT. TRIB. CUNEO n° 688 del 20/12/23
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