È morto ieri all’ospedale di Chivasso, dove era ricoverato da tempo per una malattia, Domenico Belfiore, 74 anni, esponente di vertice dell’omonima famiglia di ’ndrangheta radicata nel Torinese. Nel 1993 era stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore della Repubblica Bruno Caccia, assassinato il 26 giugno 1983 in via Sommacampagna, a pochi metri dalla propria abitazione. Al momento non è stata resa nota la data dei funerali.
L’agguato a Caccia rappresentò uno degli episodi più gravi della storia giudiziaria piemontese: fu il primo omicidio di un magistrato compiuto dalla criminalità organizzata nel Nord Italia. Secondo le ricostruzioni processuali, il delitto venne ordinato da Belfiore per fermare le indagini che il procuratore stava conducendo sui traffici della ’ndrangheta trapiantata sotto la Mole, in particolare sul riciclaggio di denaro, sul controllo delle bische clandestine e sulle attività connesse al narcotraffico. Quelle inchieste avevano iniziato a delineare con chiarezza la presenza stabile delle cosche calabresi in Piemonte, un fenomeno allora ancora sottovalutato.
Le indagini degli anni Ottanta e Novanta avrebbero poi confermato come l’area torinese fosse diventata un punto strategico per gli interessi della criminalità organizzata, sia come snodo economico sia come luogo di reinvestimento dei proventi illeciti. Il processo che portò alla condanna di Belfiore segnò uno spartiacque nella consapevolezza istituzionale del radicamento mafioso al Nord, anticipando di decenni le successive grandi operazioni giudiziarie contro le locali piemontesi della ’ndrangheta.
Il nome di Domenico Belfiore resta legato in modo indissolubile anche alla vicenda di Cascina Caccia, bene confiscato alla sua famiglia e divenuto negli anni simbolo di riscatto civile. La proprietà, riconducibile al clan che controllava traffico di stupefacenti, usura, sequestri di persona, gioco d’azzardo e scommesse nell’area metropolitana torinese, fu oggetto di un lungo iter giudiziario dopo l’arresto, nel 1994, del fratello Salvatore Belfiore, detto “Sasà”, anch’egli condannato per narcotraffico con l’aggravante mafiosa.
Le indagini patrimoniali portarono al decreto di confisca dei beni nel 1996, ma solo nel 2007 la famiglia lasciò definitivamente l’immobile, dopo anni di contenziosi e tentativi di ostacolare l’esecuzione del provvedimento. L’assegnazione al Gruppo Abele e la successiva gestione affidata all’associazione ACMOS trasformarono la cascina in un luogo di impegno sociale, formazione e memoria, aperto al pubblico e abitato da una comunità residente.
Oggi Cascina Caccia è considerata uno dei simboli della presenza antimafia nel Nord Italia: un bene sottratto alla criminalità organizzata e restituito alla collettività, nel nome del magistrato ucciso. Con la morte di Belfiore si chiude una delle figure storiche della stagione più violenta della ’ndrangheta in Piemonte, ma resta viva l’eredità giudiziaria e civile delle indagini di Bruno Caccia, che per primo intuì la portata dell’infiltrazione mafiosa nel tessuto economico del territorio.