Piemonte regge, Lombardia affonda

Piogge sopra la media a Ovest, ma la crisi corre verso Est

Felicia Bello 14/04/2026
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Un’Italia dell’acqua a due velocità, con segnali che non permettono alcuna sottovalutazione. È il quadro che emerge dal primo Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici della stagione, riunito dall’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po. Una fotografia solo apparentemente rassicurante, che nasconde squilibri territoriali sempre più marcati e fragilità strutturali del sistema idrico del Nord.

Da un lato il Nord-Ovest – Valle d’Aosta, Piemonte ed Emilia-Romagna – dove marzo ha portato temperature in linea con le medie stagionali e precipitazioni abbondanti. Dall’altro la porzione centro-orientale del bacino, in particolare la Lombardia, dove si registra un mix pericoloso: temperature sopra la norma, piogge scarse e neve già quasi esaurita.

Il dato più preoccupante arriva proprio dal manto nevoso. Lo Snow Water Equivalent (SWE), cioè la quantità d’acqua contenuta nella neve, segna un crollo drastico: in Lombardia è inferiore di circa il 45% rispetto alla media del periodo. Un deficit che pesa come un macigno sulle prospettive primaverili ed estive, quando lo scioglimento delle nevi rappresenta una riserva fondamentale per fiumi, agricoltura e produzione energetica.

Non va meglio sul fronte delle risorse già accumulate: sempre in Lombardia il volume complessivo d’acqua stoccata risulta inferiore di oltre il 30% rispetto ai livelli medi. Un segnale chiaro di stress idrico che, se non invertito rapidamente, rischia di tradursi in criticità diffuse nei prossimi mesi.

Il quadro cambia radicalmente guardando ai Grandi Laghi, che al momento rappresentano una sorta di “cuscinetto” per il sistema. I livelli risultano generalmente sopra la media, con l’eccezione dei bacini di Iseo e Idro. Ma anche qui il dato va letto con cautela: l’abbondanza attuale non garantisce stabilità nel medio periodo, soprattutto in presenza di temperature elevate e di una riduzione progressiva delle riserve nivali.

Il fiume Po, intanto, mostra una dinamica coerente con questo scenario incerto. Dopo un temporaneo aumento delle portate a metà marzo, i deflussi sono tornati a diminuire, stabilizzandosi su valori inferiori alla media ma ancora dentro il range tipico del periodo. Alla sezione di Pontelagoscuro, nodo cruciale per l’equilibrio del delta, i livelli restano comunque sufficienti a scongiurare il rischio di intrusione salina, una delle minacce più temute per l’ecosistema e l’agricoltura.

Ma il problema non è l’oggi, è la tendenza. L’inizio di aprile è stato segnato da una fase di stabilità atmosferica e anomalie termiche positive diffuse, condizioni che hanno accelerato ulteriormente la fusione della poca neve disponibile. Un processo che, come evidenziato anche da studi recenti di organismi internazionali come l’IPCC, rappresenta uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico nelle aree alpine: meno neve, più precoce scioglimento, minore disponibilità idrica nei mesi caldi.

Le previsioni a breve termine indicano un ritorno a condizioni stabili con un moderato aumento delle portate lungo l’asta del Po. Ma si tratta di un miglioramento temporaneo, legato più agli episodi meteorologici che a un reale riequilibrio del sistema.

Non a caso, l’Osservatorio ha classificato la severità idrica complessiva come “normale”, ma con un’eccezione significativa: diversi sottobacini lombardi sono già in stato di “bassa con precipitazioni”, una definizione tecnica che equivale a un campanello d’allarme.

Il punto è che la normalità, oggi, è sempre più fragile. Negli ultimi anni il bacino del Po è stato teatro di crisi idriche sempre più frequenti, con impatti pesanti su agricoltura, industria ed ecosistemi. E ogni stagione sembra iniziare con un equilibrio precario, destinato a rompersi al primo stress prolungato.

L’appuntamento con il prossimo Osservatorio, fissato per l’inizio di maggio, sarà quindi decisivo per capire se il sistema riuscirà a reggere o se si sta andando incontro all’ennesima estate di emergenza. Per ora, il verdetto è sospeso. Ma i segnali, soprattutto dalla Lombardia, parlano chiaro: l’acqua c’è, ma non abbastanza. E soprattutto, non dove serve.

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AUT. TRIB. CUNEO n° 688 del 20/12/23
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