Da piazza Arbarello si è alzato questa mattina uno dei cortei più partecipati della giornata nazionale di mobilitazione contro la riforma degli istituti tecnici e professionali voluta dal governo. Circa seicento persone – studenti medi e universitari, docenti, personale Ata, delegati sindacali e lavoratori della scuola – hanno attraversato il centro di Torino aderendo allo sciopero nazionale indetto da Flc Cgil, Cobas Scuola, Usb Pubblico Impiego e Cub Sur, con il sostegno della Rete nazionale degli istituti tecnici.
In contemporanea, iniziative analoghe si sono svolte in oltre trenta città italiane, da Milano a Napoli, da Pisa a Roma, trasformando la protesta nata nelle scuole tecniche in una mobilitazione nazionale che intreccia il tema dell’istruzione pubblica con quello del lavoro, della precarietà giovanile e dell’opposizione al riarmo europeo.
Ad aprire il corteo torinese uno striscione che sintetizza il senso politico della giornata: “Contro la distruzione pubblica – studenti e lavoratori uniti. Per la difesa dell’istruzione tecnica, contro la riforma Bernini e Valditara, contro la militarizzazione della cultura, contro un futuro di guerra, riarmo e leva”.
Slogan scanditi lungo tutto il percorso, tra cori, fumogeni e cartelli, mentre il serpentone attraversava il centro cittadino raccogliendo l’attenzione di passanti e commercianti.
La protesta arriva dopo settimane di tensione nelle scuole piemontesi. A Torino, già nelle scorse settimane, la Rete degli istituti tecnici aveva consegnato all’Ufficio scolastico regionale una serie di documenti approvati dai collegi docenti, dichiarando uno “stato di agitazione permanente”. Alcuni istituti hanno persino annunciato la mancata adozione dei libri di testo per le future classi prime, denunciando l’assenza di linee guida chiare e il rischio di dover applicare, da settembre, percorsi didattici profondamente modificati rispetto a quelli scelti dalle famiglie al momento delle iscrizioni.
Nel mirino dei manifestanti c’è il riordino degli istituti tecnici previsto dal ministero dell’Istruzione, accusato dai promotori di ridurre il monte ore complessivo, comprimere discipline di base e professionalizzanti, introdurre maggiore flessibilità territoriale e rafforzare l’ingresso delle imprese private nella progettazione formativa.
Secondo la Flc Cgil, la revisione degli ordinamenti rischia di produrre «un drastico impoverimento dell’offerta formativa, con conseguenze dirette sugli organici e sulla qualità della didattica». La segretaria generale Gianna Fracassi ha definito la riforma «una scelta politica che subordina l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio e accentuando le disuguaglianze territoriali».
Nel corteo torinese, però, la critica alla riforma scolastica si è intrecciata con una contestazione più ampia delle politiche nazionali ed europee in materia di difesa e investimenti militari.
«Siamo in piazza contro la guerra, contro una prospettiva futura fatta di precarietà, miseria e crisi climatica», spiega Nicolò, portavoce di Opposizione Studentesca Alternativa, mentre il corteo attraversa via Cernaia. «Vediamo scuole che cadono a pezzi, laboratori senza fondi, personale insufficiente. Per l’istruzione si taglia continuamente. Al contrario, per il riarmo le risorse si trovano sempre. Questa è una scelta politica precisa e noi oggi siamo qui per contestarla».
Il riferimento al crescente investimento europeo nella difesa è uno dei temi ricorrenti della manifestazione. Tra i cartelli compaiono scritte come “Libri non armi”, “Più scuole, meno caserme” e “No alla leva, sì al diritto allo studio”.
Anche dal fronte universitario arriva una presa di posizione netta. «Come studenti universitari abbiamo chiamato questo sciopero a livello nazionale», afferma Giorgia, esponente del collettivo Cambiare Rotta. «Oggi siamo in più di quarantacinque piazze italiane al fianco degli studenti medi e dei lavoratori della scuola per dare una sveglia anche alla ministra Anna Maria Bernini, che dal suo insediamento ha portato avanti soltanto tagli, precarizzazione e processi di militarizzazione della formazione».
Poi aggiunge: «Si torna perfino a discutere di leva militare, di riarmo, di un futuro costruito intorno ai conflitti. Noi crediamo che questa non sia la prospettiva della nostra generazione e ci mobilitiamo anche per questo, in connessione con movimenti studenteschi internazionali».
Tra i docenti presenti al corteo prevale la preoccupazione per gli effetti concreti del riordino. «Non è una semplice revisione tecnica», racconta un insegnante dell’istituto industriale cittadino. «Qui si ridisegna il senso stesso dell’istruzione tecnica: meno cultura generale, meno strumenti critici, più addestramento funzionale alle esigenze produttive dei territori».
Secondo i comunicati diffusi dalla Rete nazionale degli istituti tecnici, la riforma prevederebbe infatti il taglio di numerose ore nelle discipline umanistiche e scientifiche, l’anticipazione dei percorsi scuola-lavoro già a quindici anni e una crescente centralità di “esperti aziendali” nella didattica. Una trasformazione definita dai promotori «classista» e «funzionale a produrre manodopera dequalificata e precaria».
La mobilitazione, assicurano sindacati e studenti, non si fermerà qui. Se dal ministero non arriveranno segnali di apertura, la protesta potrebbe estendersi alle attività di fine anno, dagli incarichi organizzativi fino agli scrutini e agli esami di Stato.
Da Torino, intanto, parte un messaggio chiaro al governo: la partita sulla scuola tecnica, per studenti e lavoratori, è appena cominciata.