Guardare l’abisso al Teatro Astra

Tre sere a Torino con Manson, performance che mette lo spettatore davanti al proprio desiderio di capire l’orrore

Elena Marchisio 16/02/2026
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Non è uno spettacolo che si guarda seduti comodamente in platea. È uno spettacolo che chiama in causa, interroga, mette a disagio. Dal 20 al 22 febbraio il Teatro Astra di Torino ospita Manson, creazione della compagnia Fanny & Alexander, con ideazione, regia, luci e progetto sonoro di Luigi Noah De Angelis, drammaturgia e costumi di Chiara Lagani, interpretato da Andrea Argentieri.

Il lavoro non ricostruisce semplicemente un fatto di cronaca nera tra i più disturbanti del Novecento: prova piuttosto a entrare nella materia scivolosa della parola e del carisma manipolatorio di Charles Manson, restituendone un ritratto mimetico costruito sulle sue stesse interviste, sulle testimonianze audio e video, sui materiali processuali.

Argentieri non “interpreta” Manson. Lo attraversa. Ne assume i ritmi spezzati, la gestualità imprevedibile, gli sguardi mutevoli, come se il personaggio si depositasse nel corpo dell’attore fino a trasformarlo in una presenza ambigua, quasi medianica. La sensazione, per chi osserva, è quella di trovarsi davanti a un fantasma che riappare proprio nel momento in cui si è pronti a giudicarlo.

Lo spettacolo si apre in un buio compatto, sonoro, immersivo. Frasi secche e ritmate emergono come fendenti, mentre lo spazio teatrale si trasforma in una geografia mentale: la villa degli omicidi evocata da passi sulla ghiaia, un’auto in fuga tra urla e frenate, i canti hippy dello Spahn Ranch, fino al tribunale attraversato da arringhe e tensioni. Non c’è realismo, ma una riesumazione sensoriale degli eventi che agisce sulla percezione più che sulla narrazione.

Poi accade qualcosa. Ci si accorge che in sala, fin dall’inizio, c’è un uomo in carne e ossa, silenzioso, voltato di spalle. Quando si gira e si avvicina, lo spettatore capisce che il dispositivo teatrale cambia radicalmente: quell’uomo invita il pubblico a fargli domande. Non metaforicamente. Davvero.

All’ingresso ciascuno riceve un elenco di trentadue quesiti. Uno alla volta, volontariamente, gli spettatori interrogano l’attore, che risponde in inglese — le parole autentiche di Manson — mentre i sopratitoli scorrono. A poco a poco il confine tra osservatore e giudice si incrina. La platea diventa una giuria postuma chiamata a misurarsi non solo con il crimine, ma con la propria reazione al racconto del male.

È qui che lo spettacolo rovescia la prospettiva: non si tratta più soltanto di condannare un uomo, ma di interrogare il nostro stesso sguardo, la repulsione mescolata a una difficile da ammettere attrazione per il caso, per la sua mitologia oscura, per il bisogno quasi compulsivo di capire.

Le parole di Manson, tratte dal processo, risuonano come un’accusa rivolta anche a chi ascolta: «Non ho niente contro nessuno di voi. Non posso giudicare nessuno di voi. Ma penso che sia il momento buono perché voi tutti cominciate a guardarvi, e giudichiate le bugie nelle quali vivete».

Il teatro diventa allora uno spazio specchiante. «Voi non siete voi, siete solo dei riflessi», dice ancora la voce di Manson, «riflessi di tutto ciò che credete di sapere». E la domanda finale non riguarda più lui, ma noi: che cosa cerchiamo davvero quando guardiamo l’orrore? Conoscenza, distanza, o un dettaglio in più da consumare?

Manson non offre risposte rassicuranti. Costruisce piuttosto un’esperienza percettiva e morale che costringe lo spettatore ad attraversare il proprio bisogno di giudicare, capire, vedere. E forse a scoprire che il vero processo, più che alla storia, è intentato alla nostra coscienza di osservatori.

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AUT. TRIB. CUNEO n° 688 del 20/12/23
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