Meno grappoli e acini più piccoli, con punte di produzione dimezzata nelle aree del Canavese colpite dalla Popillia japonica. Parte in salita la vendemmia 2026 nel Torinese, dove caldo e siccità presentano un conto pesante ai viticoltori. Secondo le stime di Coldiretti Torino, la produzione dovrebbe diminuire complessivamente di circa il 20%, con una perdita economica per il comparto valutata in 2 milioni di euro.
La raccolta prende il via dalle uve bianche destinate alla produzione di spumante, ma la riduzione delle quantità interessa praticamente tutto il territorio provinciale, comprese le vigne situate nelle zone di bassa montagna.
A pesare è soprattutto l’andamento meteorologico. Già tra maggio e giugno caldo e siccità hanno costretto le piante a ridurre il proprio metabolismo. Sono inoltre mancate le normali precipitazioni di giugno e, tra luglio e la prima metà di agosto, quei temporali moderati capaci di garantire un apporto d’acqua importante durante la crescita dei grappoli.
Le viti hanno sofferto anche nelle ore notturne per la carenza di fresco e rugiada, fondamentali per permettere alle foglie di recuperare turgore prima di affrontare le temperature più elevate della giornata. Il risultato si vede ora tra i filari: grappoli meno compatti e acini di dimensioni inferiori.
«Per le nostre produzioni vitivinicole è stata un’annata davvero difficile – spiega Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti Torino –. Se la qualità delle uve sembra soddisfacente, lasciando presagire anche un’ottima annata, è la quantità che preoccupa. Guardando al valore medio delle uve, che in molti casi sono a denominazione d’origine, stimiamo una perdita di valore per il comparto di circa 2 milioni di euro».
Ancora più critica la situazione in alcune aree del Canavese, dove alla siccità si è aggiunta la diffusione della Popillia japonica. Favorito dalle temperature anomale, il coleottero si è sviluppato in anticipo rispetto al solito, attaccando e divorando le foglie ancora tenere proprio mentre le viti si trovavano nella fase di pieno sviluppo. Nelle zone maggiormente infestate il calo della produzione arriva così al 50%.
Uno scenario che, secondo Coldiretti, rende necessario ripensare anche gli strumenti con cui viene tutelata la viticoltura piemontese. «Abbiamo bisogno di rivedere i disciplinari delle Doc e Docg alla luce del cambiamento climatico – sottolinea Mecca Cici –. Servono infrastrutture per l’approvvigionamento idrico, a partire dai piccoli invasi anche in territorio collinare, e impianti di risalita meccanica per la viticoltura eroica di montagna».
Fondamentale, secondo l’associazione, sarà inoltre investire nella ricerca e nell’innovazione tecnologica per proteggere la biodiversità viticola dagli attacchi di nuovi insetti e funghi favoriti dalle mutate condizioni climatiche.
Nel Torinese il settore conta 752 produttori e oltre 800 ettari coltivati a vigneto. Nonostante il forte calo previsto per questa stagione, la vendemmia dovrebbe garantire circa 65mila quintali di uva, dai quali si stima una produzione finale superiore a 5 milioni e mezzo di bottiglie. Meno vino, dunque, ma con una qualità delle uve che, almeno per il momento, lascia ai produttori la speranza di salvare l’annata sul fronte delle caratteristiche del prodotto.