Torino ci riprova. In silenzio, senza fanfare, ma con una determinazione che sa di rivincita. Le Olimpiadi invernali del 2030 saranno ospitate dalle Alpi francesi, eppure una delle discipline simbolo — il pattinaggio di velocità — potrebbe parlare anche italiano. Non per scelta romantica o per spirito europeista, ma per una ragione molto più concreta: la Francia non ha un impianto indoor conforme agli standard del Comitato Olimpico Internazionale e non intende costruirne uno nuovo, evitando costi, polemiche ambientali e il rischio di una cattedrale nel deserto.
Così, mentre Parigi predica sobrietà e sostenibilità, si guarda intorno. E scopre che a meno di tre ore di treno c’è già tutto pronto: l’Oval del Lingotto, eredità perfettamente funzionante di Torino 2006. Un impianto che esiste, che ha già ospitato i Giochi, che non richiede investimenti strutturali e che oggi torna improvvisamente strategico. Una sorta di paradosso storico: ciò che l’Italia aveva già costruito vent’anni fa diventa la soluzione ai problemi organizzativi francesi.
Torino ha colto l’attimo. Palazzo Civico, Regione Piemonte e sistema sportivo stanno lavorando a un dossier tecnico per convincere il CIO che la scelta più logica, efficiente e sostenibile è proprio quella subalpina. La partita è aperta e non priva di concorrenza: dall’altra parte c’è la Thialf Arena di Heerenveen, nei Paesi Bassi, tempio mondiale del pattinaggio, casa di record e tradizione. Una sfida tra efficienza geografica e cultura sportiva.
Sul piano logistico, Torino può giocare carte pesanti: collegamenti rapidi con l’aeroporto, rete metropolitana fino al Lingotto, strutture alberghiere già rodate e una macchina organizzativa che ha dimostrato di funzionare. «Qui non bisogna inventare nulla, bisogna solo riaccendere ciò che esiste già», osservano ambienti sportivi piemontesi. È la filosofia del riuso, quella che oggi il CIO chiede a gran voce per contenere i costi dei grandi eventi.
Eppure, dietro questa candidatura si nasconde una storia tutta italiana fatta di occasioni mancate, frenate politiche e scelte che ancora dividono. Per capire davvero cosa significhi il possibile ritorno olimpico di Torino bisogna tornare indietro al 2018, quando la città disse no alla candidatura per i Giochi del 2026.
La giunta guidata da Chiara Appendino decise di sfilarsi dal progetto nazionale, contestando un modello ritenuto troppo oneroso e poco sostenibile. «Non abbiamo perso le Olimpiadi, abbiamo scelto di non indebitarci», fu la linea difensiva dell’amministrazione. Una scelta che allora venne presentata come prudenza finanziaria e cambio di paradigma: meno grandi eventi, più gestione ordinaria, più attenzione ai conti pubblici.
Il risultato fu l’uscita di Torino dalla partita olimpica italiana, poi vinta dall’asse Milano-Cortina. Una frattura politica e simbolica ancora viva, perché segnò la rinuncia della città a un ruolo centrale nello sport internazionale proprio mentre cercava di ridefinire la propria identità post-industriale.
Oggi, a distanza di pochi anni, lo scenario si ribalta. Torino non organizza un’Olimpiade propria, ma prova a rientrare da co-protagonista in quella altrui. «Non vogliamo essere terra di passaggio», ha spiegato il presidente di Sestrieres Spa, sottolineando come l’intero sistema alpino occidentale punti a intercettare flussi, visibilità e investimenti legati ai Giochi francesi.
Nel frattempo, la collaborazione tra la Via Lattea italiana e il comprensorio di Monginevro — che ospiterà snowboard e freestyle — sta già disegnando una dimensione transfrontaliera concreta: uno ski-pass unico, infrastrutture condivise, turismo integrato. Una formula che ricorda da vicino lo spirito di Torino 2006, quando le montagne non erano confini ma connessioni.
Il rischio, però, è che la storia si ripeta. Se il CIO scegliesse Heerenveen, all’Italia resterebbe soltanto la sensazione di aver avuto ancora una volta le strutture giuste nel momento sbagliato. «Saremmo davanti all’ennesima occasione sfiorata», ammettono osservatori del settore, consapevoli che la competizione con l’Olanda non si gioca solo sui metri di ghiaccio ma sul peso specifico di una disciplina che lì è religione nazionale.
La candidatura dell’Oval diventa così molto più di una questione sportiva. È un test sulla capacità del Paese di valorizzare ciò che ha già costruito, senza oscillare tra entusiasmo e rinuncia. Da un lato Milano-Cortina 2026, simbolo del ritorno dell’Italia olimpica; dall’altro Torino che cerca spazio nel 2030, quasi a dimostrare che le infrastrutture non invecchiano se qualcuno decide di usarle davvero.
In filigrana resta una domanda politica: cosa sarebbe successo se Torino non si fosse chiamata fuori nel 2018? Forse oggi non starebbe inseguendo una gara, ma progettando un’Olimpiade intera. Forse l’Oval non sarebbe una soluzione di emergenza per altri, ma il cuore di un nuovo racconto nazionale.
Per ora la città si gioca la sua seconda possibilità. Senza trionfalismi, ma con una consapevolezza nuova. «Le Olimpiadi non sono solo un evento, sono una scelta di visione», ripetono gli amministratori locali.
Il CIO deciderà nei prossimi mesi. Torino aspetta, con il ghiaccio pronto e una lezione imparata nel modo più italiano possibile: prima si rinuncia, poi si rincorre.