Ci sono mostre che celebrano un artista e altre che cercano di cambiarne la percezione. La rassegna 'Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma. Alla conquista del Rinascimento', allestita alla Fondazione Accorsi-Ometto di Torino fino al 6 settembre, appartiene decisamente alla seconda categoria. L’esposizione non si limita infatti a raccogliere opere di uno dei protagonisti più originali del Rinascimento italiano, ma propone una rilettura critica del suo percorso artistico, concentrandosi sugli anni della formazione e sulle esperienze che contribuirono a forgiare un linguaggio destinato a distinguersi nel panorama del primo Cinquecento.
Curata da Serena D’Italia, Luca Mana e Vittorio Natale, con un comitato scientifico composto da Roberto Bartalini, Francesco Frangi ed Edoardo Villata, la mostra rappresenta un appuntamento di particolare rilievo. A quasi ottant’anni dall’ultima grande retrospettiva dedicata a Sodoma, organizzata nel 1950 tra Vercelli e Siena, Torino diventa il luogo in cui la ricerca storico-artistica propone una nuova chiave di lettura dell’autore, spostando l’attenzione dai capolavori della maturità agli anni in cui si formarono il suo stile e la sua identità pittorica.
L’idea che attraversa l’intero percorso espositivo è chiara: il giovane Giovanni Antonio Bazzi non fu semplicemente un artista capace di assimilare influenze diverse, ma un autore che trasformò rapidamente quelle esperienze in un linguaggio personale, originale e sorprendentemente moderno. «L’obiettivo della mostra è raccontare la nascita di un artista prima ancora della consacrazione del maestro», spiegano i curatori nel progetto scientifico che accompagna l’esposizione.
Le oltre cinquanta opere riunite nelle sale della Fondazione provengono da alcune delle più prestigiose istituzioni museali italiane ed europee, oltre che da importanti collezioni private. Arrivano, tra gli altri, dalla Pinacoteca di Brera, dalla Galleria Borghese, dai Musei Vaticani, dalla Galleria Sabauda, dai Musei Reali di Torino, dalla Biblioteca Reale, dall’Accademia Carrara di Bergamo, dalla Pinacoteca Nazionale di Siena, dal Musée Jacquemart-André di Parigi e dal Museo Borgogna di Vercelli. Una rete di prestiti che testimonia il valore scientifico del progetto e la volontà condivisa di offrire un racconto il più possibile completo delle origini artistiche del pittore.
Il percorso si sviluppa attraverso sette sezioni, concepite come altrettante tappe di un viaggio che accompagna il visitatore dalle prime esperienze piemontesi fino ai grandi cantieri toscani e romani. Ad accogliere il pubblico è l’Ecce Homo (Cristo deriso) del 1510, opera della maturità che funge quasi da introduzione ideale. È il punto d’arrivo dal quale si torna indietro per comprendere come quell’equilibrio espressivo sia nato.
Uno dei documenti più affascinanti dell’intera esposizione non è un dipinto ma un manoscritto: il contratto originale di apprendistato stipulato da Giovanni Antonio Bazzi con Giovanni Martino Spanzotti. È una testimonianza rara che consente di collocare con precisione l’inizio della formazione del giovane artista nella bottega vercellese del maestro, intorno al 1490.
Da qui prende forma il racconto dell’ambiente culturale piemontese di fine Quattrocento. Le opere di Alvise De Donati, Eleazaro Oldoni, Aimo e Balzarino Volpi restituiscono il clima artistico nel quale il futuro Sodoma mosse i primi passi. Accanto ai lavori di Spanzotti trova spazio anche una recente scoperta attributiva destinata ad attirare l’attenzione degli studiosi: la Sacra Famiglia con san Giovanni Battista e un angelo, proveniente da una collezione privata e oggi esposta al pubblico dopo il riconoscimento della sua attribuzione al giovane Bazzi.
Il percorso evidenzia come la formazione dell’artista sia stata alimentata da continui incontri con linguaggi differenti. Milano, allora dominata dall’eredità di Leonardo da Vinci, rappresentò uno dei principali laboratori culturali. Le opere di Bernardo Zenale, Giovanni Antonio Boltraffio e del cosiddetto Maestro della Pala Sforzesca dialogano con quelle di Sodoma mostrando affinità, differenze e reciproche influenze.
Tra i confronti più interessanti figura il Martirio di san Sebastiano proveniente dal Musée Jacquemart-André di Parigi, dipinto la cui attribuzione è stata a lungo contesa tra Zenale e lo stesso Sodoma. La mostra offre al visitatore la possibilità di osservare direttamente l’opera e confrontarla con altri lavori coevi, lasciando emergere gli elementi stilistici che alimentano ancora oggi il dibattito critico.
Di straordinario interesse è anche il Compianto sul Cristo morto, eseguito intorno al 1503, nel quale la sensibilità lombarda viene reinterpretata attraverso una ricerca espressiva già fortemente personale. È qui che il giovane Bazzi sembra emanciparsi definitivamente dai modelli di partenza, raggiungendo quella libertà compositiva che diventerà uno dei tratti distintivi della sua pittura.
Il viaggio prosegue verso il Centro Italia. Siena e Roma rappresentano infatti il secondo grande orizzonte culturale dell’artista. Le committenze di Agostino Chigi e il confronto con la cultura figurativa romana consentono a Sodoma di ampliare ulteriormente il proprio repertorio.
Particolarmente significativo è il dialogo instaurato con Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio, presente in mostra con due opere che documentano l’influenza esercitata sul giovane pittore. Tra queste spicca il raffinato Gesù Bambino benedicente, probabilmente proveniente dagli Appartamenti Borgia in Vaticano, insieme alla delicata Sacra Famiglia conservata nella Pinacoteca Nazionale di Siena.
Anche le due rare Pietà di Sodoma, provenienti rispettivamente dalla Confraternita di Santa Maria dell’Orto e dalla collezione Patrizi Montoro, rappresentano un momento centrale dell’esposizione. Apparentemente simili nella composizione, rivelano invece una sorprendente evoluzione del linguaggio pittorico, testimoniando la rapidità con cui l’artista riuscì a trasformare suggestioni diverse in una poetica autonoma.
Non meno interessante è il dialogo costruito con altri protagonisti del Rinascimento piemontese e centroitaliano. Le opere di Macrino d’Alba, Gaudenzio Ferrari, Eusebio Ferrari e Gerolamo Giovenone mostrano come, tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, il Piemonte fosse tutt’altro che una realtà periferica, ma partecipasse pienamente agli scambi culturali che attraversavano la penisola.
L’ultima sezione conduce il visitatore verso la piena maturità dell’artista. L’Allegoria dell’Amor celeste, appartenente alla Collezione Chigi Saracini, e il tondo con la Sacra Famiglia con san Giovannino e un angelo testimoniano ormai un linguaggio pienamente compiuto, culminando nella suggestiva Morte di Lucrezia della Galleria Sabauda e nel tondo conservato al Museo Borgogna di Vercelli.
A completare il percorso è un filmato realizzato appositamente per la mostra che accompagna il pubblico alla scoperta dei grandi cicli di affreschi di Sant’Anna in Camprena, Monteoliveto Maggiore e San Francesco a Subiaco, consentendo di comprendere anche opere che, per la loro natura monumentale, non potrebbero essere trasferite in museo.
Più che una semplice esposizione monografica, quella della Fondazione Accorsi-Ometto è dunque un’indagine sulle origini del talento. «Per comprendere un maestro bisogna partire dalle sue domande, non soltanto dalle sue risposte», suggerisce idealmente il percorso espositivo. E proprio questa è la forza della mostra: dimostrare come il Sodoma che la storia dell’arte ha consacrato fosse già riconoscibile negli anni della giovinezza, quando sperimentava instancabilmente tecniche, influenze e soluzioni destinate a renderlo uno dei protagonisti più originali del Rinascimento italiano.
Per Torino si tratta di un appuntamento culturale di assoluto rilievo, capace di coniugare rigore scientifico e qualità divulgativa. Una mostra che non si limita a esporre capolavori, ma invita il visitatore a osservare il Rinascimento nel momento stesso in cui prende forma, attraverso lo sguardo inquieto e innovatore di uno dei suoi interpreti più affascinanti.