Le ondate di calore non stanno soltanto facendo salire le temperature. Stanno facendo emergere anche una nuova forma di disagio sociale: la «cooling poverty», la povertà da raffrescamento, ovvero l’impossibilità economica o strutturale di mantenere la propria abitazione a una temperatura sicura durante i periodi di caldo estremo. Un fenomeno che riguarda sempre più da vicino anche Torino, dove ai costi crescenti dell’energia si aggiungono gli effetti di una rete elettrica messa sotto pressione dai picchi di domanda, come dimostrato dai blackout che nelle scorse settimane hanno interessato numerosi quartieri della città.
Secondo gli studi del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), la cooling poverty rappresenta una nuova dimensione della povertà energetica e non coincide semplicemente con la mancanza di un condizionatore. È una condizione molto più ampia, che comprende l’incapacità economica di sostenere i consumi elettrici, abitazioni poco isolate, quartieri poveri di verde urbano, infrastrutture insufficienti e servizi pubblici vulnerabili agli effetti del caldo. Gli studiosi parlano infatti di 'cooling poverty sistemica', sottolineando come la capacità di proteggersi dalle alte temperature dipenda dall’insieme delle condizioni sociali, economiche e infrastrutturali di un territorio.
Per le famiglie con redditi più bassi il peso economico è già evidente. Un recente studio del Cmcc evidenzia che i nuclei più poveri possono arrivare a destinare fino all’8% del proprio bilancio familiare ai consumi elettrici necessari per il raffrescamento domestico, una quota nettamente superiore rispetto alle famiglie più abbienti. Per molti, però, il problema è ancora più radicale: il climatizzatore non viene acceso oppure non è mai stato acquistato per il timore di bollette insostenibili.
A Torino il tema assume un significato particolare dopo i blackout che tra il 22 e il 23 giugno hanno lasciato senza energia elettrica diverse zone della città, con interruzioni protrattesi in alcuni casi fino a tredici ore. Per anziani, persone fragili, malati cronici e famiglie già in difficoltà economica la mancanza di elettricità ha significato non soltanto l’impossibilità di utilizzare condizionatori e ventilatori, ma anche di conservare correttamente i farmaci, alimentare apparecchi elettromedicali o semplicemente trovare riparo dal caldo nelle proprie abitazioni.
In Italia la povertà energetica interessa circa 2,1-2,3 milioni di famiglie (circa l’8-9% del totale), ma questo dato comprende sia il riscaldamento sia il raffrescamento e non può essere automaticamente trasferito alla cooling poverty. Torino potrebbe contare tra i 35 e 40 mila nuclei familiari vulnerabili, molti dei quali potrebbero essere esposti anche alla cooling poverty durante le ondate di calore.
Il fenomeno viene osservato ogni estate anche dall’Antoniano attraverso la rete nazionale di Operazione Pane, che opera a sostegno delle persone più vulnerabili. L’associazione evidenzia come le temperature sempre più elevate non creino nuovi bisogni, ma aggravino quelli già esistenti, aumentando le difficoltà economiche e l’isolamento sociale. Secondo i dati raccolti dalla rete solidale, il caldo estremo peggiora le condizioni di povertà in oltre sette casi su dieci.
«La crisi climatica ci sta insegnando che parlare di ambiente significa parlare di persone. Già più di dieci anni fa Papa Francesco, nell’enciclica Laudato Sìlaud, ci ricordava che non esistono una crisi ambientale e una crisi sociale separate, ma un’unica crisi socio-ambientale. Lo vediamo ogni giorno: quando le città si surriscaldano emergono con più forza le fragilità, la povertà energetica e la solitudine. Per questo il nostro compito non si limita a offrire un aiuto materiale, ma significa anche custodire la dignità delle persone e tenere aperti spazi di relazione, ascolto e comunità», afferma Fra Giampaolo Cavalli, direttore dell’Antoniano.
Gli esperti sottolineano inoltre come il problema non possa essere affrontato esclusivamente aumentando il numero dei climatizzatori. Il raffrescamento richiede infatti politiche urbane integrate: edifici meglio isolati, maggiore presenza di alberature e aree verdi, materiali capaci di ridurre l’assorbimento del calore, reti elettriche più resilienti e sistemi di assistenza rivolti alle fasce più vulnerabili della popolazione. È proprio questa la logica della 'cooling poverty sistemica', che considera il caldo estremo non solo una questione climatica, ma un indicatore delle disuguaglianze presenti nelle città.
La sfida riguarda ormai anche le città del Nord Italia. Torino, storicamente associata agli inverni rigidi e alla povertà energetica legata al riscaldamento, deve ora confrontarsi con un’emergenza opposta: garantire il diritto al fresco durante estati sempre più lunghe e torride. Perché, come mostrano gli ultimi blackout e le difficoltà delle famiglie più fragili, il caldo non è più soltanto un fenomeno meteorologico, ma un nuovo fattore di esclusione sociale.