Un lungo applauso, durato quasi un minuto, ha accolto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Teatro Carignano di Torino per il centenario della morte di Piero Gobetti.
Già all’arrivo davanti allo storico edificio, il capo dello Stato era stato salutato da cittadini e famiglie, in una cornice di partecipazione composta e intensa.
Ad accoglierlo, tra gli altri, il sindaco del Comune di Torino Stefano Lo Russo e il prefetto Donato Cafagna.
La cerimonia si è svolta alla presenza di autorità civili e militari e ha avuto il suo momento centrale nella lectio magistralis del giurista Gustavo Zagrebelsky, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni.
Per Mattarella si è trattato della seconda visita a Torino in meno di un mese, dopo l’appuntamento alle Gallerie d’Italia per l’anniversario della Fondazione Ufficio Pio.
Nel suo intervento, il sindaco Lo Russo ha richiamato l’attualità del pensiero gobettiano: «Oggi viviamo tempi segnati da conflitti, da fragilità democratiche e da una diffusa sfiducia nelle istituzioni. Vediamo riemergere la tentazione di semplificare le complessità e di usare la paura come leva politica».
Un passaggio che ha toccato il cuore della commemorazione, trasformando il ricordo in un monito. «La deriva autoritaria – ha aggiunto – promette ordine e sicurezza, ma quando i diritti fondamentali diventano negoziabili la democrazia è già in pericolo». Parole pronunciate davanti al capo dello Stato, in un teatro carico di memoria e simboli.
Zagrebelsky ha offerto una rilettura profonda dell’opera gobettiana. «Invece che liberale, la sua rivoluzione dovrebbe dirsi liberatrice», ha spiegato, sottolineando come l’aggettivo scelto da Gobetti non rimandasse al liberalismo ottocentesco, ma a una tensione etica e culturale capace di sprigionare energie storiche latenti. «Che fosse un liberale sui generis può essere pacifico», ha osservato, evidenziando la complessità di un pensiero maturato in anni drammatici.
Il giurista ha ricordato anche la vicinanza, «non adesione», tra Gobetti e Antonio Gramsci, rafforzatasi dopo il delitto Matteotti, e ha insistito sul rigore intellettuale del giovane antifascista, morto a soli ventiquattro anni. «La sua morte, fuori di retorica, assomiglia a quella di un martire che rende testimonianza della sua fede e della sua coerenza», ha affermato, evocando il celebre ritratto a penna di Felice Casorati come sintesi di una cultura antiretorica e aliena dalle ubriacature nazionaliste del tempo.
Anche il presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Davide Nicco, ha ribadito l’attualità dell’eredità gobettiana: «La libertà non è mai acquisita una volta per tutte, ma va difesa con impegno, cultura e rispetto dell’altro». Una ricorrenza che appartiene alla storia piemontese e alla coscienza civile dell’intero Paese, suggellata dalla presenza del capo dello Stato e da un applauso che, nel silenzio del teatro, è suonato come un impegno collettivo.
Prima di lasciare il Carignano, Mattarella si è intrattenuto a colloquio con Zagrebelsky e ha incontrato nel foyer Tommaso Brizio, quindicenne affetto da una malattia rara, accompagnato dai genitori. Un momento riservato che ha preceduto la prosecuzione della giornata torinese del Presidente.
La visita è continuata nella sede del quotidiano ‘La Stampa’, dove Mattarella ha espresso «solidarietà per i fatti di fine novembre», quando la redazione fu assaltata da manifestanti ‘pro Pal’ e ‘pro Askatasuna’.
«I giornali sono i pilastri della democrazia», ha sottolineato, ricevendo in dono due lastre commemorative, una con la prima pagina della sua elezione e l’altra con una fotografia che lo ritrae all’ospedale Niguarda.
Un passaggio nel quale il presidente ha voluto ricordare anche «lo straordinario lavoro dei medici», soffermandosi sulla professionalità dimostrata nelle situazioni di emergenza, e rivolgere un pensiero «ai familiari dei ragazzi morti nel rogo di Crans Montana e a quelli ricoverati».