Il Tribunale di Torino ha stabilito un principio destinato a segnare un precedente nel panorama della salute e sicurezza sul lavoro: anche un suicidio può essere riconosciuto come infortunio sul lavoro.
La sentenza è stata emessa oggi dal giudice Paolo De Maria, al termine del rito abbreviato, nell'ambito del procedimento relativo alla morte di Renato Fesce, autista della Af Logistics, che si tolse la vita il 13 marzo 2023, gettandosi dal balcone di casa sua.
Antonio Ferrari, all'epoca datore di lavoro e presidente del Consiglio di amministrazione di Af Logistics Spa, è stato condannato a otto mesi di reclusione per omicidio colposo.
Pasquale Martucci, ritenuto preposto di fatto del magazzino di Rivalta (Torino) in cui lavorava Fesce, è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione per stalking (articolo 612-bis del Codice penale) e morte come conseguenza di altro delitto (articolo 586 del Codice penale). Secondo quanto accertato in sentenza, Martucci è stato ritenuto autore delle condotte vessatorie e responsabile della gestione dei pesantissimi ritmi lavorativi cui era sottoposto il lavoratore, condizioni che avrebbero determinato uno stato di stress lavorativo e di profonda prostrazione psicologica, del quale sarebbe stato consapevole, fino al gesto suicidario.
Anche Af Logistics Spa è stata riconosciuta responsabile ed è stata condannata al pagamento di una sanzione di 42 mila euro ai sensi del Decreto legislativo 231/2001.
Il Tribunale ha inoltre disposto il risarcimento delle parti civili: l'associazione Sicurezza e Lavoro, la Filt e il Sì Cobas.
«Ringraziamo il dottor Vincenzo Pacileo per le complesse indagini avviate e la pm Rossella Salvati per l’ottimo lavoro svolto, che ha portato a una sentenza 'storica' per la salute e sicurezza sul lavoro in Italia: viene stabilito che anche un suicidio può essere considerato un infortunio sul lavoro» – dichiara Massimiliano Quirico, direttore di Sicurezza e Lavoro (l’associazione, parte civile, assistita dall’avvocato Giacomo Mattalia, è stata risarcita nel processo).
«In attesa di leggere le motivazioni della sentenza per i dettagli – continua Quirico – possiamo dire che il lavoratore è stato vittima di condizioni di lavoro stressanti che hanno portato al gesto anti-conservativo. È stato sancito il principio che l’ambiente di lavoro influisce sulla salute mentale del lavoratore ed è un obbligo del datore valutarlo».