Arresti domiciliari per una storica voce del movimento No Tav. Ma la vicenda di Ermelinda Varrese, fermata oggi a Bussoleno dopo una condanna definitiva, riaccende uno scontro che va ben oltre una singola sentenza: quello tra Stato e Val di Susa, tra repressione e dissenso.
Secondo quanto riferito dal movimento No Tav, i fatti risalgono al novembre 2012, durante un’iniziativa contro la violenza sulle donne a Torino, in occasione della visita dell’allora ministra Anna Maria Cancellieri. In quell’occasione, una funzionaria di polizia denunciò Varrese per presunte frasi sessiste e offensive. Da lì un processo chiuso nel 2016 con una condanna a sei mesi e 15 giorni.
Una vicenda che oggi presenta il conto finale. Perché Varrese ha rifiutato di pagare i 2.500 euro imposti come condizione per la sospensione della pena. Una scelta politica, prima ancora che personale. E ora, per quella coerenza, si ritrova agli arresti domiciliari.
«Il processo era già di per sé una farsa», attaccano i No Tav. «Ermelinda non ha mai pronunciato frasi sessiste e volgari». Una linea difensiva netta, che ribalta completamente l’impianto accusatorio e trasforma il caso in un simbolo: non più un reato individuale, ma l’ennesimo episodio di criminalizzazione del movimento.
Nel racconto degli attivisti, Varrese diventa il volto di una rabbia collettiva. «Quello che ha sempre espresso è la rabbia giusta di un popolo e un territorio violato da un’opera inutile e imposta», sostengono. Un riferimento diretto alla linea ad alta velocità Torino-Lione high-speed railway, da anni al centro di proteste, scontri e procedimenti giudiziari.
Non è un caso isolato. Negli ultimi anni decine di attivisti No Tav sono stati denunciati, processati o condannati per episodi legati alle mobilitazioni. La linea dura delle istituzioni è chiara: difendere il cantiere e l’opera strategica. Ma dall’altra parte cresce la percezione di una giustizia usata come strumento di pressione.
E qui sta il nodo politico. Perché mentre il progetto della Torino-Lione continua a essere sostenuto dai governi come infrastruttura chiave per i collegamenti europei, in Val di Susa resta un fronte aperto, dove ogni provvedimento giudiziario rischia di trasformarsi in benzina sul fuoco.
«Un conto è pagare il prezzo di una lotta, un conto è essere condannata per frasi mai pronunciate», insistono i No Tav. Parole che suonano come un atto d’accusa, non solo verso una sentenza, ma verso un intero sistema.
La sensazione è che questa storia non finisca con una porta chiusa a Bussoleno. Perché ogni misura restrittiva, ogni arresto, ogni condanna, in Val di Susa non spegne il conflitto. Lo alimenta.