Moussa Balde 'animalizzato' nel Cpr: la sentenza scuote Torino

I giudici ricostruiscono il percorso di isolamento e perdita di identità del giovane guineano morto suicida nel maggio 2021

Carlo Santori 22/05/2026
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Per i giudici del tribunale di Torino Moussa Balde, il giovane originario della Guinea morto suicida nel maggio del 2021 all’interno del Cpr torinese, fu trascinato dentro un progressivo processo di «deumanizzazione» e «animalizzazione». È uno dei passaggi più duri contenuti nelle motivazioni della sentenza con cui i magistrati hanno condannato a un anno di carcere l’allora direttrice del centro, A.S., ritenuta «gravemente negligente» nella valutazione delle condizioni psicologiche del ragazzo.

Moussa Balde si tolse la vita il 23 maggio 2021, pochi giorni dopo essere stato trasferito nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino. Era arrivato lì dopo una violenta aggressione a Ventimiglia, subita da tre uomini che lo avevano preso di mira in strada. Pur essendo la vittima dell’attacco, il giovane venne portato nel Cpr perché privo di documenti regolari.

Nelle motivazioni della sentenza, i giudici dedicano ampio spazio alla “vicenda umana” del ragazzo e richiamano le relazioni dei consulenti della parte civile per spiegare il contesto psicologico che precedette il suicidio. Secondo quanto riportato, una volta entrato nel centro Balde iniziò lentamente a perdere ogni riferimento personale e culturale.

«Dai documenti risultava la provenienza dalla Guinea, dato che tuttavia non veniva ritenuto rilevante», scrivono i magistrati. Nessuno, tra medici, psicologi o operatori, gli avrebbe chiesto chi avesse in Italia, se desiderasse contattare familiari o conoscenti, o quale fosse la sua rete affettiva.

Per il tribunale, il giovane stava vivendo una progressiva perdita di identità: una 'de-parentalizzazione' e una 'de-culturizzazione' che avrebbero aggravato il suo stato di fragilità fino a condurlo al gesto estremo. Un quadro che, secondo la sentenza, avrebbe richiesto attenzione e interventi adeguati, mai arrivati.

La morte di Moussa Balde si inserisce dentro un quadro più ampio e sempre più drammatico legato ai suicidi nelle carceri italiane e piemontesi. Solo alle Vallette di Torino nel 2022 si registrarono quattro suicidi, oltre a 35 tentativi e 143 episodi di autolesionismo, numeri che fotografavano già allora una situazione definita esplosiva dagli operatori penitenziari. Nel 2023 il carcere torinese tornò al centro delle cronache dopo la morte di due detenute nel giro di poche ore, mentre nel 2025 in Piemonte si contarono almeno tre suicidi in carcere, due dei quali proprio alle Vallette.

A livello nazionale l’emergenza continua ad aggravarsi: nel 2024 i suicidi nelle carceri italiane sono stati oltre 90, mentre nel 2025 ne sono stati registrati circa 80. Nei primi mesi del 2026 i casi erano già sette. Numeri che, secondo associazioni e garanti dei detenuti, raccontano un sistema penitenziario sempre più segnato da sovraffollamento, disagio psichico e carenza di assistenza sanitaria.

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