La Torino-Lione irrompe nella campagna elettorale francese con quasi un anno di anticipo. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon mette nel mirino la nuova linea ferroviaria e promette di bloccarne la realizzazione qualora conquistasse l’Eliseo nel 2027. Una dichiarazione che riapre il fronte politico anche in Piemonte, dove Forza Italia denuncia il rischio di sacrificare un’infrastruttura strategica europea alle parole d’ordine della sinistra radicale. Di segno opposto la posizione del Movimento 5 Stelle, che torna invece ad attaccare costi, ritardi e sostenibilità finanziaria dell’opera.
A reagire con particolare durezza all’annuncio francese sono il senatore Roberto Rosso e Marco Fontana, rispettivamente segretario provinciale e cittadino di Forza Italia a Torino. «La sinistra francese guidata dall’icona italica Mélenchon promette di festeggiare un’eventuale vittoria elettorale facendo saltare una delle più importanti infrastrutture europee», affermano i due esponenti azzurri.
Per Forza Italia, l’ipotesi di fermare oggi la Torino-Lione non rappresenterebbe soltanto una scelta politica discutibile, ma provocherebbe un danno immediato quantificabile in diversi miliardi di euro. Ancora più pesanti, secondo Rosso e Fontana, sarebbero le conseguenze di lungo periodo: l’intero Nord-Ovest italiano rischierebbe di essere progressivamente isolato dai principali corridoi europei lungo i quali si muoveranno merci, investimenti e opportunità di sviluppo.
La nuova linea, ricordano implicitamente gli azzurri, non è un collegamento limitato a Torino e Lione, ma una parte essenziale del corridoio mediterraneo della rete transeuropea dei trasporti. Metterla in discussione dopo anni di progettazione, lavori già avviati e risorse impegnate significherebbe indebolire la collocazione strategica di Piemonte e Italia negli scambi continentali.
Rosso e Fontana trasformano quindi la presa di posizione di Mélenchon in un avvertimento rivolto direttamente alla politica italiana. «La sua sortita non riguarda soltanto la Francia. È il trailer di quello che accadrebbe in Italia se vincesse il campo largo: la fine delle opere strategiche, le imprese e lo sviluppo sacrificati sull’altare dell’ideologia, ogni cantiere trasformato in un processo politico e ogni investimento sottoposto al tribunale di un politburo di estremisti di sinistra».
Il riferimento è alle alleanze che il Partito democratico sta cercando di costruire con il Movimento 5 Stelle e con le forze collocate alla sua sinistra. Per gli esponenti di Forza Italia, l’ostilità verso la Torino-Lione è infatti soltanto la manifestazione più evidente di una cultura politica fondata sul veto, sulla decrescita e sulla diffidenza nei confronti delle grandi infrastrutture.
«Mélenchon è da tempo un’icona politica e culturale per la sinistra italiana e per le componenti più radicali del campo largo», osservano Rosso e Fontana. Il Pd, aggiungono, potrà anche tentare di prendere le distanze dai toni del leader francese, ma continua a progettare un’alleanza con forze che condividono la medesima impostazione sulle opere pubbliche e sullo sviluppo. Il rischio evocato dagli azzurri è quello di un’Italia nella quale cantieri, imprese e investimenti vengano subordinati agli equilibri interni di una coalizione dominata dalle sue componenti più radicali. D'altra parte per i due esponenti azzurri l'aumento dei costi della Torino-Lione deriva da anni di accondiscendenza delle sinistre e dei grillini verso il movimento No Tav.
A confermare la distanza che separa le forze del possibile campo largo arriva, nello stesso momento, il nuovo attacco del deputato del Movimento 5 Stelle Antonino Iaria. Il parlamentare mette in discussione il cronoprogramma approvato dal Cipess, che prevede l’entrata in esercizio della Torino-Lione entro la fine del 2033. Secondo Iaria, un organismo consultivo del governo francese avrebbe indicato il 2035 come data più realistica.
Il deputato pentastellato contesta anche lo stato di avanzamento dei lavori. Sotto Saint-Martin-de-la-Porte, sostiene, la fresa procederebbe a circa 90 centimetri al giorno, contro i 12 metri inizialmente ipotizzati, avendo percorso approssimativamente 250 metri in dieci mesi. Sul versante italiano, invece, lo scavo con la fresa non sarebbe ancora partito e dovrebbe cominciare soltanto all’inizio del 2027. A Chiomonte sarebbero attualmente in corso il ripristino del cantiere e la realizzazione delle opere propedeutiche, tra paratie, piazzali e strutture destinate alla gestione del materiale estratto.
Iaria critica inoltre il dato del 30% di gallerie completate diffuso nelle comunicazioni ufficiali, perché comprenderebbe discenderie, cunicoli esplorativi e gallerie di servizio. Limitando il calcolo al tunnel di base, l’avanzamento sarebbe inferiore al 20%. Il parlamentare richiama poi le valutazioni della Corte dei conti europea, parlando di diciotto anni di ritardo accumulato e di costi cresciuti dai 5,2 miliardi stimati nel 2000 agli attuali 11,8 miliardi. Il limite di spesa della sezione transfrontaliera, osserva, sarebbe stato intanto portato dal Cipess a 14,7 miliardi.
Un altro nodo sollevato dal Movimento 5 Stelle riguarda le coperture finanziarie. L’ultimo contributo europeo da 700 milioni si è concluso il 30 giugno e le nuove risorse dipenderanno dal prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea. Restano poi le linee nazionali di accesso: la sola Avigliana-Orbassano, secondo Iaria, richiederebbe circa 3 miliardi ancora da reperire, mentre sul lato francese le nuove tratte sarebbero destinate a slittare oltre il 2038.
Il M5S chiederà quindi al Governo di riferire alle Camere sullo stato dei lavori, sulla tenuta del cronoprogramma e sulle risorse necessarie per completare le linee di adduzione. Iaria contrappone infine gli investimenti per la Torino-Lione alle necessità del territorio, dalla Linea 2 della metropolitana alla manutenzione dei ponti sul Po, fino alle difficoltà del trasporto pubblico locale.
Due posizioni inconciliabili. Da una parte Forza Italia, che considera la Tav una scelta decisiva per impedire l’isolamento economico del Piemonte e denuncia nella minaccia di Mélenchon l’anticipazione del programma infrastrutturale del campo largo. Dall’altra il Movimento 5 Stelle, che continua a chiedere lo stop a un’opera giudicata costosa, tardiva e inutile. La Torino-Lione torna così a essere non soltanto un cantiere ferroviario, ma il confine politico tra due idee opposte di sviluppo.