«Non possiamo restare indifferenti di fronte alla drammatica escalation di violenza che coinvolge il Medio Oriente e altre aree del mondo. Il nostro primo pensiero va alle vittime e alle loro famiglie, colpite da una spirale di conflitti che sembra non voler trovare soluzione». Con queste parole Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte, esprime la forte preoccupazione per il deterioramento del quadro geopolitico internazionale, aggravato dal conflitto che coinvolge l’Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio mondiale di energia e merci.
«Le tensioni in atto – prosegue Felici – non rappresentano solo una tragedia umana e sociale, ma costituiscono una minaccia concreta per la stabilità economica globale e per il nostro tessuto produttivo fatto di micro e piccole imprese. Anche il Piemonte, seppur geograficamente distante, rischia di subire duri contraccolpi sia sul fronte dell’export sia su quello dei costi energetici».
Secondo uno studio condotto da Confartigianato Imprese a livello nazionale, lo scorso anno il Piemonte si collocava al secondo posto in Italia per esposizione dell’export alla crisi mediorientale, con vendite nell’area pari al 2,09% del valore aggiunto regionale, pari a 2,6 miliardi di euro. Davanti si posiziona la Toscana con il 2,95%, pari a 3,1 miliardi.
Per il Made in Italy i principali mercati del Medio Oriente restano Emirati Arabi Uniti con 8,4 miliardi di euro, Arabia Saudita con 6,4 miliardi, Israele con 3,4 miliardi, Qatar con 2,3 miliardi, Kuwait con 1,6 miliardi e Libano con 0,8 miliardi. Un terzo dell’export italiano nell’area del Vicino Oriente e Nord Africa, pari a 20,3 miliardi di euro, è prodotto in settori a maggiore vocazione di micro e piccola impresa.
Oltre al rischio di un rallentamento delle esportazioni, preoccupa l’impatto sui costi energetici. Le realtà imprenditoriali più penalizzate dall’aumento delle bollette sarebbero quelle situate nelle regioni dove la presenza di attività commerciali e produttive è più diffusa. La Lombardia potrebbe registrare un incremento dei costi energetici di quasi 2,3 miliardi di euro, seguita dall’Emilia-Romagna con oltre 1,2 miliardi e dal Veneto con 1,1 miliardi. Il Piemonte si colloca al quarto posto con un aumento stimato di 879 milioni, davanti alla Toscana con 670 milioni.
Alla vigilia delle operazioni contro il regime degli Ayatollah, il 27 febbraio, il gas venIva scambiato a 32 euro al megawattora e l’energia elettrica a 107,5 euro. Nel giro di pochi giorni, al 4 marzo 2026, i prezzi sono saliti rispettIvamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi registrare una lieve flessione. Un’impennata che riflette le tensioni geopolitiche e l’incertezza sui mercati.
«Le nostre imprese – sottolinea Felici – già oggi pagano l’energia elettrica 5,4 miliardi di euro in più all’anno rispetto alla media europea per i consumi inferiori a 2.000 megawattora. Un’ulteriore impennata dei prezzi legata alla crisi energetica internazionale potrebbe tradursi in un raddoppio dei costi vivi di produzione, con effetti devastanti sulla competitività».
«È evidente che la chiusura dello Stretto di Hormuz si rifletterà anche sulle materie prime – conclude Felici – ma già sapere che il gas è schizzato alle stelle, e che in Italia l’elettricità si produce in larga parte con il gas, non aiuta l’economia e soprattutto non aiuta i consumi, che stavano iniziando a risollevarsi ma che ora potrebbero risentirne. Se la crisi dovesse protrarsi nel tempo avremo inevitabili effetti sulle bollette. Già partIvamo da prezzi elevati, ora il rischio è che diventino altissimi. Ci aspettiamo che la politica intervenga in modo strutturale sugli squilibri speculativi che penalizzano artigiani e piccole imprese, senza limitarsi a beneficiare del maggior gettito Iva sui carburanti».