Al Mao gli oggetti non stanno fermi nelle vetrine. Hanno attraversato secoli, viaggiato tra culture, accompagnato riti e persone; ora tornano a interrogare chi li guarda. Dal 31 ottobre, in coincidenza con Artissima, il Museo d’Arte Orientale di Torino presenta la quarta edizione di «Declinazioni Contemporanee», il programma che invita artisti internazionali a confrontarsi con le collezioni e gli spazi di Palazzo Mazzonis, realizzando opere e interventi site-specific.
Gala Porras-Kim, Elif Uras, Dayanita Singh, Sissel Tolaas e Driant Zeneli utilizzano linguaggi diversi — installazione, ceramica, fotografia, video, ricerca scientifica e olfattiva — ma condividono una domanda: che cosa succede agli oggetti quando entrano in un museo? Come vengono custoditi, esposti e trasmessi? E quali significati possono ancora sprigionare, al di là delle didascalie e della loro apparente immobilità?
Il cuore del progetto è «Made in China», il nuovo allestimento della Galleria Asia Orientale, dedicato alle opere cinesi. Curato da Laura Vigo con Brian Yue, in dialogo con Davide Quadrio e il gruppo curatoriale del museo, il percorso raccoglie oltre 140 oggetti, dal Neolitico alla dinastia Tang. Le teche specchianti moltiplicano lo spazio e diventano isole attorno alle quali si dispongono le opere. L’effetto non è quello di una sequenza di reperti da osservare a distanza: gli oggetti appaiono come presenze attive, portatrici di storie, funzioni e legami con la vita umana.
In questo ambiente si inserisce «How to Host a Ghost», il progetto di Gala Porras-Kim, prima restituzione pubblica di una ricerca avviata con il Mao quasi quattro anni fa. L’artista guarda alle figure funerarie cinesi non come a semplici testimonianze del passato, ma come a presenze che continuano ad accompagnare i defunti. Il titolo gioca sulla parola inglese ghost: non soltanto il fantasma, ma lo spirito che resta legato agli oggetti e li abita.
Una porta nera chiude la sala. Resta una piccola apertura, da cui lo spettatore può sbirciare all’interno: le figure umane e animali sono disposte come un esercito nella tomba. La visione è parziale, il buio nasconde più di quanto riveli. Il gesto di guardare diventa così parte dell’opera e richiama il carattere rituale e funerario degli oggetti, pensati per proteggere e accompagnare il defunto. Porras-Kim immagina per loro una diversa forma di dignità: una sepoltura simbolica, anziché la consueta esposizione museale. La sua ricerca — anche legale, per esplorare la possibilità di trasformare temporaneamente una sala in una camera mortuaria — proseguirà nel 2027 con nuovi interventi. Il percorso confluirà inoltre in un volume pubblicato da Nero, con contributi di Francesco Manacorda, Andrea Viliani e Davide Quadrio.
Se Porras-Kim interroga la sorte degli oggetti, Sissel Tolaas ne cerca le tracce invisibili. «From Artefact to Real Fact» nasce da uno studio avviato oltre due anni fa e da prelievi molecolari non invasivi compiuti nel 2025 su manufatti funerari della collezione cinese. L’artista ha analizzato le molecole e le trasformazioni accumulate nel tempo, traducendo la ricerca in un’esperienza olfattiva. Quattro oggetti saranno presentati a rotazione, accompagnati da un percorso sensoriale nelle sale.
Qui l’odore diventa un archivio insolito: non si lascia fissare come una fotografia o conservare come un documento, ma riattiva la memoria attraverso il corpo. La materia visibile si trasforma in una presenza immateriale e fuggevole, condivisa da chi respira nello stesso spazio. La conservazione non riguarda più soltanto l’integrità dell’oggetto: conta anche l’esperienza che esso produce e lascia in chi lo incontra.
Gli altri interventi si distribuiscono nelle gallerie del museo. Nella sezione dedicata all’Asia centro-occidentale, alla penisola arabica e al Mediterraneo, Elif Uras presenta «Talismans of Shamhat: Gold, Clay and Coins of Care», visitabile fino al 2 maggio 2027, mentre Driant Zeneli porta «Chi rubò l’asino di Nasreddin Hodja?». Nella Galleria dell’Asia meridionale e sud-est asiatica trova spazio «Archivio» di Dayanita Singh, in mostra fino al 10 gennaio 2027.
Con «Declinazioni Contemporanee #4» il Mao non aggiunge semplicemente opere contemporanee alle proprie raccolte: le usa come occasioni per mettere in discussione il modo in cui leggiamo il patrimonio. Le sale diventano spazi di incontro tra epoche, geografie e sensibilità, mentre gli oggetti, sottratti alla sola dimensione storica, tornano a parlare di memoria, cura, desiderio di eternità e trasformazioni. Il museo si fa così una pagina aperta: non un luogo in cui il passato resta immobile, ma un ambiente in cui può ancora sorprendere, inquietare e generare nuove storie.