Alle Gallerie d'Italia la luce dopo il collasso

Nick Brandt porta a Torino un racconto visivo potente sulla crisi climatica e la resilienza di uomini e natura

Elena Marchisio 21/03/2026
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Alle Gallerie d’Italia – Torino, in Piazza San Carlo, dal 18 marzo al 6 settembre 2026, la fotografia diventa un atto politico, poetico e profondamente umano.

L’autore è Nick Brandt, nato a Londra nel 1964, noto per un linguaggio visivo che unisce rigore etico e monumentalità estetica. Da oltre vent’anni il suo lavoro racconta la fragilità del mondo naturale e l’impatto devastante dell’azione umana sugli ecosistemi e sulle comunità più vulnerabili. Con The Day May Break, avviato nel 2020 in piena pandemia, Brandt compie però un ulteriore passo: al centro non ci sono più solo gli animali, ma una relazione indissolubile tra esseri umani, fauna e ambiente.

Il percorso espositivo riunisce 63 immagini di grande formato, articolate nei quattro capitoli del progetto, in un allestimento immersivo che attraversa continenti e condizioni estreme. Il risultato è una narrazione visiva che alterna bellezza e tragedia, sospensione e urgenza, senza mai cedere alla retorica.

Il primo capitolo, realizzato tra Kenya e Zimbabwe, mette in scena incontri impossibili ma profondamente veri: persone colpite da siccità e cicloni posano accanto ad animali salvati da bracconaggio e distruzione dell’habitat. Le immagini, costruite con precisione quasi cinematografica, restituiscono «una dignità condivisa e un comune senso di perdita».

In Bolivia, con Sanctuary, la riflessione si espande: incendi, alluvioni e desertificazione diventano il contesto in cui uomini e animali appaiono uniti da un destino comune. Non c’è pietismo nello sguardo di Brandt, ma una tensione silenziosa che invita lo spettatore a riconoscersi.

Il terzo capitolo, Sink / Rise, ambientato nelle Fiji, è forse il più perturbante. I soggetti sono fotografati sott’acqua mentre compiono gesti quotidiani: sedersi, abbracciarsi, aspettare. È un’immagine del futuro prossimo, quando l’innalzamento dei mari cancellerà territori e identità. La bellezza delle scene acquatiche amplifica il senso di perdita imminente.

Il viaggio si conclude in Giordania con The Echo of Our Voices, commissionato da Intesa Sanpaolo. Qui Brandt ritrae famiglie di rifugiati siriani in un paesaggio desertico che diventa simbolo della crisi climatica e della scarsità d’acqua. Le immagini, pur segnate dalla durezza delle condizioni, restituiscono «forza collettiva, dignità e speranza».

A sottolineare il valore del progetto è anche Michele Coppola, che evidenzia come la mostra rappresenti «quattro capitoli emozionanti che aiutano a comprendere meglio le conseguenze della crisi climatica, senza rinunciare a una possibile “luce alla fine del giorno”». Un messaggio che si inserisce nel più ampio impegno della banca sui temi della sostenibilità e della responsabilità sociale.

Oltre alle opere, una sezione “dietro le quinte” svela il metodo rigoroso dell’artista: mesi di preparazione, collaborazione con troupe locali, attesa della luce perfetta. Nulla è lasciato al caso. Ogni immagine è il risultato di un processo lungo e meticoloso che rifiuta scorciatoie, cercando un dialogo diretto con chi guarda.

Il titolo stesso della mostra suggerisce una tensione tra fine e possibilità. The Day May Break non è solo un racconto della crisi climatica, ma un invito a riconoscere una verità spesso rimossa: il destino di esseri umani, animali e pianeta è intrecciato in modo irreversibile.

In un momento storico in cui i dati sul clima rischiano di diventare astratti, Brandt restituisce volti, corpi e storie. E lo fa con immagini di una bellezza tale da costringere lo spettatore a fermarsi, a guardare davvero. Perché, come suggerisce il percorso, anche nel collasso può esistere una possibilità di consapevolezza — forse, persino, di cambiamento.

Direttore: DIEGO RUBERO
AUT. TRIB. CUNEO n° 688 del 20/12/23
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