Un filo elettrificato riapre l’aorta alle Molinette

A Torino salvato un quarantenne con sindrome di Marfan dopo una dissezione aortica estesa e ad altissimo rischio

Felicia Bello 09/08/2026
Foto Livio Tranchida e Fabio Verzini.jpg - {Foto Livio Tranchida e Fabio Verzini.jpg} - [147953]

La corsa contro il tempo comincia con un dolore improvviso e profondo, dal torace all’addome. Ha quarant’anni ed è affetto dalla sindrome di Marfan, una malattia genetica che rende particolarmente fragile il tessuto connettivo e, di conseguenza, anche la parete dell’aorta.

Gli esami eseguiti alla Medicina d’Urgenza dell’ospedale Molinette di Torino, diretta dal professor Enrico Lupia, confermano il sospetto più grave: una dissezione aortica acuta, estesa per quasi tutta la lunghezza dell’arteria, accompagnata da una dilatazione nel tratto più vicino al cuore. Il rischio è la rottura dell’aorta, con una conseguente emorragia potenzialmente fatale.

L’aorta è la principale arteria dell’organismo. Parte dal cuore e distribuisce il sangue al cervello, agli arti, ai reni e all’intestino. Nella dissezione, uno strato della sua parete si separa e il sangue si insinua creando un secondo canale. La lamella che si forma può comprimere il lume vero dell’arteria e compromettere il flusso verso gli organi.

Nei pazienti con sindrome di Marfan il problema è ancora più delicato, perché la parete aortica è geneticamente fragile. Tra i personaggi storici ai quali la sindrome è stata associata figurano Niccolò Paganini, Abramo Lincoln e Charles de Gaulle.

Alle Molinette la priorità è mettere in sicurezza il tratto dell’aorta più vicino al cuore. Il paziente viene trasferito d’urgenza in Cardiochirurgia, dove il professor Mauro Rinaldi e la sua équipe affrontano il primo tempo dell’intervento.

Vengono riparate la valvola aortica e quella mitrale, mentre l’aorta ascendente e l’arco aortico vengono sostituiti. L’intervento riesce. Cuore e tratto prossimale dell’aorta sono così messi in sicurezza, ma la dissezione non si ferma.

La separazione della parete prosegue infatti fino alla terminazione dell’aorta e il sangue continua a raggiungere con difficoltà alcuni organi. Reni e intestino, in particolare, rischiano di ricevere un apporto insufficiente. Il cuore è salvo, ma la situazione resta critica.

All’interno dell’aorta la lamella dissecata agisce come una barriera. Il sangue continua a scorrere, ma trova un ostacolo che impedisce di raggiungere correttamente alcune delle arterie dirette agli organi. Intervenire dall’esterno, però, significherebbe affrontare una parete già estremamente fragile.

È a questo punto che entra in gioco la Chirurgia Vascolare universitaria, diretta dal professor Fabio Verzini. La soluzione individuata è una settotomia aortica endovascolare con guida elettrificata, una procedura estremamente delicata che consente di intervenire dall’interno del vaso.

L’obiettivo è incidere longitudinalmente il setto della dissezione senza aprire l’addome e senza manipolare direttamente dall’esterno l’aorta malata. Una tecnica che, in questo particolare contesto genetico, viene eseguita con successo per la prima volta in Italia.

Il piano operativo viene definito nei dettagli anche grazie alla collaborazione scientifica con il Centro di Houston diretto dal professor Gustavo Oderich. A Torino la Cardiochirurgia resta pronta a intervenire immediatamente nel caso di una possibile rottura dell’aorta.

L’accesso viene effettuato in modo mini-invasivo attraverso le arterie dell’inguine. Sotto guida radiologica, un sottile filo metallico viene fatto avanzare fino alla membrana che separa i due canali dell’aorta. A quel punto il filo viene elettrificato e utilizzato come uno strumento di incisione controllata.

Millimetro dopo millimetro, il setto viene aperto longitudinalmente. Una sorta di cerniera che permette ai due flussi di tornare a comunicare e libera il passaggio verso le arterie che alimentano gli organi.

È la fase più rischiosa dell’intera procedura. Nella sindrome di Marfan anche un movimento eccessivo potrebbe lacerare una parete già compromessa e trasformare un intervento di salvataggio in una rottura dell’aorta.

Il filo viene quindi fatto avanzare sotto il costante controllo delle immagini radiologiche. La dissezione viene aperta con precisione e il sangue torna a raggiungere adeguatamente reni e intestino. La complicanza più temuta, la rottura dell’aorta, non si verifica.

La procedura viene eseguita dall’équipe di Chirurgia Vascolare universitaria con il professor Verzini e il dottor Matteo Ripepi, insieme al dottor Andrea Discalzi della Radiologia universitaria, diretta dal professor Paolo Fonio. L’assistenza anestesiologica e rianimatoria è garantita dal dottor Cristian Salonia e dai colleghi di Anestesia e Rianimazione 2, diretta dalla dottoressa Chiara Melchiorri, nel Dipartimento guidato dal dottor Maurizio Berardino.

Il recupero è rapido. Dopo appena tre giorni dalla procedura, il paziente può lasciare l’ospedale senza necessità di un percorso riabilitativo.

La durata del ricovero, tuttavia, non racconta da sola la gravità della situazione affrontata. Dietro quei tre giorni c’è una strategia costruita in due tempi, con il primo intervento affidato alla Cardiochirurgia e il secondo alla Chirurgia Vascolare, seguendo l’evoluzione della dissezione e riducendo progressivamente i rischi.

Il caso dimostra quanto sia sottile il confine tra salvezza e catastrofe quando l’aorta è compromessa. A riaprire il passaggio è stato un filo metallico, ma a renderne possibile l’utilizzo sono state la tecnologia, la precisione delle immagini radiologiche e il lavoro coordinato di più specialità.

L’esperienza rilancia anche il messaggio della campagna «Think Aorta»: davanti a un dolore toracico o addominale improvviso, riconoscere tempestivamente la possibile origine aortica può fare la differenza e consentire di intervenire prima che sia troppo tardi.

«L’ospedale Molinette si conferma ancora una volta un centro di eccellenza e innovazione, dove anche i casi più complessi trovano soluzioni avanzate. Sempre più pazienti scelgono la nostra struttura, riconosciuta per la capacità di trasformare in realtà ciò che altrove appare impossibile», dichiara Livio Tranchida, direttore generale della Cdss - Città della Salute e della Scienza di Torino.

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