Il teatro dell’assurdo… il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si affretta a strumentalizzare il titolo di un articolo giornale - attribuibile alla sola testata giornalistica - per smentire il SAPPE, salvo poi confermare nei contenuti quanto raccontato dal sindacato e sminuire la gravità degli eventi. Ma riavvolgiamo il nastro e ripercorriamo i fatti.
L’altro giorno, presso la Casa Circondariale di Biella, un agente di polizia penitenziaria è stato aggredito alle spalle da un detenuto che lo ha minacciato puntandogli qualcosa di non identificato alla gola, ordinandogli poi di aprire le celle degli altri detenuti, per poi istigarli a protestare e creare disordini. Dopo un primo momento di sorpresa e smarrimento, il collega ha eseguito ed aperto le celle, i detenuti sono usciti e hanno iniziato a urlare, sbattere e minacciare rivolte e disordini sotto l’incitazione del detenuto che lo aveva preso in ostaggio.
È proprio in questo contesto che il collega ha individuato un momento propizio per liberarsi dalla presa che lo cingeva ed uscire velocemente dalla sezione detentiva, chiudendo alle sue spalle il cancello di ingresso ed impedendo così che i ristretti potessero uscire.
Successivamente, il collega ha diramato l’allarme, i rinforzi sono accorsi e, dopo brevi colloqui con il Comandare, rendendosi conto che la protesta non poteva avere un seguito, i detenuti si sono arresi e sono rientrati in cella.
Questi sono i fatti incontrovertibili, accaduti nella tarda mattinata del 02 settembre u.s.
Ma secondo il DAP la storia avrebbe sfumature diverse e sarebbe minimizzabile solo perché i fatti sarebbero durati poco e la minaccia sarebbe stata praticata con un accendino.
Ora, come sindacato maggiormente rappresentativo della Polizia Penitenziaria, ma ancor prima come colleghi dotati di sensibilità e conoscenza del lavoro che svolgiamo, ci poniamo qualche domanda auspicandoci di stimolare la sensibilità di chi il nostro lavoro, evidentemente, lo conosce poco.
Cosa sarà passato in quell’istante nella testa del poliziotto penitenziario che la mattina si è svegliato per andare a lavorare, magari ha dato un bacio ai figli e alla moglie augurandosi una buona giornata ed a metà servizio si è trovato sotto una simile minaccia? Davvero dobbiamo domandarci quanto tempo è durato quel che è stato raccontato? Se pochi secondi, qualche minuto o delle ore fa davvero differenza nel configurarne la gravità?
Per quel collega saranno stati attimi eterni in cui gli è passata tutta la vita davanti agli occhi, per noi che conosciamo gli ambienti detentivi e sappiamo i rischi che comporta lavorare in una sezione ed avere a che fare con i delinquenti tutti i giorni sono minuti intensi ed estremamente delicati in cui può succedere di tutto e bisogna saper cogliere ogni opportunità (come peraltro ha saputo fare brillantemente il collega), per qualcun altro, che invece non conosce il carcere e non sa cosa significhi lavorare all’interno, può trattarsi di un tempo talmente breve che è quasi ingiustificato definirlo un fatto grave.
E se il collega non si fosse riuscito a divincolare? E se fosse stata una prova ordita dai detenuti per verificare la fattibilità di una rivolta ben più ampia?
E poi ancora, chi ha detto che l’oggetto utilizzato per esercitare la minaccia era un accendino? E ammesso pure che fosse stato un accendino, come se ne sarebbe potuto accorgere il collega?
Ci risulta infatti che la perquisizione sulla persona e nella camera del detenuto autore dell’aggressione/minaccia abbia dato esito negativo e solo lui stesso abbia dichiarato di aver minacciato l’agente con un accendino puntato alla gola. Davvero pensiamo che se avesse usato una lama artigianale magari ricavata da una scatola di tonno, una lametta del tipo consentito o un punteruolo ricavato fondendo il manico di uno spazzolino da denti, lo avrebbe dichiarato a verbale?
Se è così siamo davvero all’assurdo!
Non bastano i gravi episodi di violenza che ogni giorno accadono in carcere a creare in noi sconforto e profonda preoccupazione per le sorti del personale di Polizia Penitenziaria, ora abbiamo anche la certezza che a preoccuparci deve essere la percezione che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha rispetto a questi fatti e alle sorti dei suoi uomini in divisa.