La Fiat che costruiva Togliatti e il vuoto sul futuro di Torino

Nel giorno del piano da 60 miliardi di Stellantis, nessuna strategia concreta per Mirafiori mentre il Centro Storico celebra l’epopea sovietica. Forza Italia: «Nessuna visione per Torino»

Eliana Puccio 22/05/2026
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Sessant’anni dopo quella firma che unì Torino e l’Unione Sovietica nel pieno della Guerra fredda, resta una domanda sospesa tra memoria industriale e futuro: che cosa è rimasto dell’amore tra la Fiat e Togliatti? A rilanciare il tema è la mostra “Torino-Togliatti 1966-2026. Uno stabilimento grande e subito”, allestita al Centro Storico Fiat fino al 4 ottobre. Un viaggio dentro una delle operazioni industriali più ambiziose del Novecento, proprio mentre il presente dell’automotive torinese continua a vivere tra incertezze e silenzi.

Fu nel palazzo di corso Dante, cuore storico della Fiat, che il 4 maggio 1966 venne firmato l’accordo destinato a cambiare la storia industriale sovietica. Da quell’intesa nacque l’AutoVaz, il colosso automobilistico che avrebbe prodotto la Lada derivata dalla Fiat 124 e che, per anni, rappresentò uno dei simboli della collaborazione tra capitalismo italiano e blocco sovietico. La mostra ripercorre quella stagione attraverso documenti, fotografie e testimonianze.

«La fama mondiale, la città di Togliatti la deve alla costruzione dello stabilimento automobilistico AutoVaz», spiega Massimiliano Condello, che ha collaborato alla ricostruzione storica dell’esposizione. «Cambiò radicalmente il paesaggio, la mentalità, il modo di vivere e lavorare, i rapporti sociali e la vita di centinaia di migliaia di russi. E di qualche italiano».

La città sul Volga, prima chiamata Stavropol-on-Volga, venne ribattezzata Togliatti nel 1964 in onore del leader comunista italiano Palmiro Togliatti. L’arrivo della Fiat ne trasformò definitivamente il destino: migliaia di operai, tecnici e dirigenti italiani raggiunsero l’Urss per costruire in tempi record quello che allora appariva quasi come un miracolo industriale. Quartieri nuovi, infrastrutture, servizi, linee produttive gigantesche. «Uno stabilimento grande e subito», come recita il titolo della mostra.

Nel 2019 Condello è tornato a Togliatti raccogliendo memorie e racconti. Tra questi quello di Igor, giovane tassista della città: «Mio nonno lavorava all’AutoVaz negli Anni Ottanta e diceva sempre che dobbiamo ringraziare l’AutoVaz per quello che Togliatti rappresenta oggi». Dopo pochi anni di lavoro in fabbrica, racconta ancora Igor, al nonno fu assegnata una casa di proprietà. «I vecchi parlano ancora degli italiani, di quando c’era l’Unione Sovietica».

Ma mentre il Centro Storico Fiat celebra il passato glorioso della grande industria torinese, il presente racconta altro. E proprio nelle stesse ore in cui si inaugura la mostra, Stellantis presenta negli Stati Uniti “FaSTLAne 2030”, il nuovo piano strategico quinquennale da 60 miliardi di euro per accelerare crescita e profitti del gruppo. Durante l’Investor Day ad Auburn Hills, in Michigan, l’amministratore delegato Antonio Filosa ha illustrato i sei pilastri della nuova strategia industriale, rassicurando sul fatto che non verranno chiusi impianti in Italia e in Europa.

«Siamo in grado di ridurre la capacità produttiva di 800 mila unità senza chiusure», ha spiegato Filosa, ricordando gli investimenti previsti a Melfi, Pomigliano e Atessa. Ha citato anche Mirafiori, parlando del rilancio della produzione di auto di massa. Ma nel nuovo piano industriale non compare alcuna vera visione sul futuro produttivo di Torino. Nessuna indicazione concreta sui livelli occupazionali, nessun riferimento strategico di lungo periodo sul ruolo che il capoluogo piemontese dovrebbe avere nell’automotive del futuro.

Ed è proprio questa assenza ad alimentare le polemiche. «Ormai Torino vive di memoria industriale», attacca Marco Fontana, segretario cittadino di Forza Italia a Torino. «La presenza di una mostra sui rapporti tra Togliatti e Fiat stride con un piano industriale che non accende alcun faro sul futuro dell’azienda a Torino e in Italia».

Per Fontana il rischio è che Mirafiori diventi «un parco archeologico industriale», dove proliferano esposizioni nostalgiche mentre cala il silenzio sulla prospettiva produttiva reale. «Non bastano le marce dei sindacati con i lavoratori per difendere il comparto metalmeccanico. Cortei che paiono più processioni funebri, altro che marcia dei 40 mila».

L’esponente azzurro punta il dito anche contro la politica cittadina: «Servono atti concreti da parte della Città di Torino, che da anni cerca solo iniezioni di soldi pubblici per garantire una sopravvivenza d’immagine di Mirafiori, senza una reale inversione di tendenza sul numero degli addetti e sul lungo termine».

E infine l’affondo sugli Elkann: «Come la famiglia Elkann dismette la sua partecipazione nei quotidiani torinesi e rallenta l’attenzione sulla Juventus, così sta facendo anche per l’automotive made in Torino e Piemonte». Poi la stoccata finale al sindaco Stefano Lo Russo: «Peccato registrare l’encefalogramma piatto del sindaco di Torino, attento solo a scattare fotografie con gli Elkann».

Così, tra le immagini della Fiat che conquistava l’Unione Sovietica e le incertezze del presente, Torino sembra guardarsi allo specchio. Da una parte il racconto epico di un’industria capace di costruire città e identità collettive; dall’altra una capitale dell’auto che teme di sopravvivere più nei musei e nelle mostre che nelle linee produttive.

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