L’indagine congiunturale di Api Torino fotografa un primo semestre in recupero, ma per la seconda parte dell’anno le aspettative peggiorano. Pesano tensioni geopolitiche, crisi dell’automotive, caro energia e accesso al credito. Cellino: «Servono politiche economiche espansive, non ulteriori strette»
Le imprese torinesi tornano a crescere, ma il recupero appare fragile e rischia di esaurirsi rapidamente. È il quadro che emerge dall’ultima indagine congiunturale dell’Ufficio Studi di Api Torino, che fotografa un primo semestre del 2026 caratterizzato da segnali di miglioramento rispetto alla fine dello scorso anno, ma anche da un deciso peggioramento delle aspettative per i prossimi mesi. Produzione e fatturato mostrano timidi segnali positivi, mentre gli ordini restano deboli e gli investimenti continuano a rallentare, riflesso di un clima economico e geopolitico sempre più incerto.
La fotografia restituisce un sistema produttivo che procede «sull’ottovolante», sospeso tra la capacità di reagire e il timore che nuovi fattori esterni possano compromettere una ripresa ancora incompleta.
Nel dettaglio, il saldo relativo alla produzione torna in territorio positivo attestandosi al +10,6%, dopo il -6,8% registrato nella precedente rilevazione. Migliora anche il fatturato, che passa da un saldo nullo a +2,3%, mentre gli ordini continuano a rappresentare il principale elemento di criticità, fermandosi a -1,6%, pur in lieve recupero rispetto al -2,4% precedente.
A trainare la ripresa è soprattutto il comparto manifatturiero e, in particolare, il settore Impianti e Attrezzature, che registra un incremento degli ordini pari al 17,9%, confermando la vitalità di alcune filiere ad alto contenuto tecnologico.
Secondo Fabio Schena, responsabile dell’Ufficio Studi di Api Torino, il recupero osservato nella prima parte dell’anno non è però sufficiente a dissipare le incertezze.
«I saldi relativi alla produzione, agli ordini e al fatturato hanno continuato nel primo semestre 2026 a segnare un recupero, seppure non omogeneo. Gli ordini restano il segnale più immediato della debolezza della domanda e dell’incertezza che continua a caratterizzare i mercati», osserva Schena.
Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda il rallentamento degli investimenti. La quota di imprese che ha realizzato investimenti è infatti scesa dal 51,5% registrato alla fine del 2025 all’attuale 39%, mentre guardando al secondo semestre soltanto il 25,6% delle aziende prevede nuovi investimenti.
Il dato evidenzia un divario significativo tra le imprese di dimensioni diverse. Tra micro e piccole aziende, che rappresentano quasi il 90% del campione, appena il 22% ha programmato nuovi investimenti entro la fine dell’anno. Tra le imprese con almeno cinquanta dipendenti, invece, la quota sale al 50%, segno di una maggiore capacità finanziaria e organizzativa nell’affrontare una fase di forte volatilità.
Secondo Api Torino, alla base del rallentamento vi sono diversi fattori: le persistenti tensioni geopolitiche, la crisi del settore automotive, l’incertezza normativa legata agli incentivi di Transizione 5.0 e la difficoltà di pianificare strategie di medio periodo.
Il presidente di Api Torino, Fabrizio Cellino, invita le istituzioni a sostenere con decisione il tessuto produttivo. «È evidente che siamo nel pieno di un periodo non solo economicamente complesso, ma profondamente incerto sul piano delle relazioni internazionali. Questa situazione si riflette sui mercati, sulle prospettive di consumo e di investimento e determina una nuova diminuzione della fiducia delle imprese», afferma.
Per Cellino il rischio è che il rallentamento congiunturale si trasformi in una crisi più strutturale se non verranno adottate politiche economiche adeguate.
«L’industria manifatturiera deve essere sostenuta da politiche espansive. Non possiamo pensare a un aumento del costo del denaro, a nuove strette sul credito o a ulteriori restrizioni agli scambi commerciali», sottolinea.
Il presidente evidenzia inoltre una contraddizione che riguarda il territorio torinese.
«Disponiamo di un ecosistema dell’innovazione tra i più importanti del Paese, con università, centri di ricerca e poli tecnologici di assoluto livello. Tuttavia questo patrimonio non riesce ancora a produrre un impatto sufficientemente diffuso sul sistema produttivo. Molte imprese, soprattutto le più piccole, faticano a stare al passo con il cambiamento e non possiamo permetterci che siano costrette a chiudere.»
L’indagine registra segnali moderatamente positivi anche sul fronte occupazionale. Il saldo passa infatti dal -6,5% al -4,7%, mentre le previsioni indicano un ulteriore miglioramento fino al -1,6% nei prossimi mesi.
Parallelamente diminuisce il ricorso agli ammortizzatori sociali, che coinvolgono oggi il 18% delle imprese contro il 20,9% rilevato alla fine del 2025.
Si tratta di indicatori che confermano una graduale stabilizzazione del mercato del lavoro, pur in un contesto che rimane caratterizzato da estrema prudenza nelle assunzioni.
Se il primo semestre ha mostrato qualche segnale di recupero, le prospettive per la seconda parte dell’anno tornano invece a peggiorare.
Le previsioni elaborate da Api indicano un saldo degli ordini in discesa al -7%, mentre la produzione dovrebbe arretrare fino al -2,2%. Fatturato e occupazione sono invece attesi sostanzialmente stabili.
A incidere sulle aspettative sono soprattutto i timori di nuovi aumenti del costo dell’energia, possibili irrigidimenti delle condizioni di accesso al credito e l’eventualità di ulteriori rialzi dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea.
Il clima di fiducia resta così improntato alla cautela. Il saldo tra imprese ottimiste e pessimiste scende infatti a -13,1%, confermando come il sistema produttivo torinese continui a guardare ai prossimi mesi con prudenza. A distinguersi positivamente sono soltanto alcuni comparti, tra cui le costruzioni, gli impianti e attrezzature e le filiere della mobilità alternative all’automotive tradizionale, come aerospazio e ferroviario.
Per il tessuto produttivo torinese la sfida sarà trasformare i timidi segnali di ripresa registrati nei primi sei mesi dell’anno in una crescita più stabile. Ma senza un quadro internazionale meno instabile, politiche industriali efficaci e condizioni di finanziamento favorevoli, il rischio è che il recupero resti confinato a pochi comparti, lasciando molte piccole e medie imprese ancora esposte alle incertezze del mercato.