Dopo quattro anni di mandato, la prima sindaca della città di Cuneo si racconta in un’intervista dove ripercorre l’esperienza amministrativa tra progetti e sfide per il futuro, in un mondo che cambia rapidamente e che chiede di stare al passo anche negli enti locali.
Sindaca Manassero, qual è il bilancio di quasi quattro anni di amministrazione, cosa hanno significato per lei e come immagina che sarà il prosieguo dei lavori?
Questi quattro anni sono stati innanzitutto una grande sfida: pur arrivando già dal mondo della politica e dell’amministrazione, fare il sindaco coinvolge in maniera importante e impattante nella propria quotidianità, ma è una grande opportunità di crescita. Ci sarà modo e tempo per fare le valutazioni sui risultati per la città, ma è un tempo che mi sta accompagnando e rafforzando sulle competenze, sulle modalità del confronto e sui momenti in cui bisogna fare valutazioni e prendere decisioni. Noi ci siamo trovati con un grande lavoro svolto dall’amministrazione precedente che aveva avviato una serie di importanti progettazioni per i bandi PNRR. All’indomani dell’assegnazione di questi fondi ci siamo trovati a doverli mettere a terra e questo è stato un po’ il cuore di questi quattro anni. Avevamo e abbiamo per le mani un pacchetto di progetti molto importanti con la scadenza inderogabile della rendicontazione di queste opere entro il giugno 2026, quindi entro pochi mesi, con una notevole complessità di valutazione, esecuzione e rendicontazione. La parte politica aveva scelto di investire nella nuova biblioteca, nel nuovo asilo, nel recupero delle unità abitative, in altri progetti ancora, ma c’è stata anche la parte di accompagnamento degli uffici perché in rapporto alle risorse attratte, il tempo per portare il tutto a termine è molto stretto. L’ultimo anno sarà caratterizzato dalla restituzione alla cittadinanza di queste opere. Abbiamo già iniziato con l’apertura del nuovo micronido di Madonna dell’Olmo. Non sarà un mero taglio dei nastri, ci tengo a ribadire questo: non sarebbe in sintonia con il modus operandi mio e dei miei colleghi. Sarà una restituzione alla città di luoghi da vivere. Infatti, per esempio, il micronido è stato subito operativo: è stato inaugurato il 12 gennaio e il 13 i bambini sono entrati in classe, dando così alle famiglie un servizio fondamentale. Accanto a questo, stiamo portando avanti altre progettualità necessarie per il futuro: lavori di manutenzione e riqualificazione degli spazi per migliorare la qualità della vita, oltre che dell’ambiente. C’è grande attenzione alla parte infrastrutturale, ma anche alla parte dei servizi. Il PNRR era fortemente concentrato su riqualificazioni e rigenerazioni, quindi sulla parte edilizia, a cui abbiamo accompagnato interventi anche sulla parte immateriale per implementare i servizi già esistenti oppure per crearne di nuovi. I bandi solitamente permettono di realizzare cose nuove in spazi pre-esistenti. Ad esempio, c’è un bando PNRR seguito dal Consorzio socio-assistenziale (CSAC) per la realizzazione di uno spazio per persone con alta fragilità: è un luogo che la città aspettava, uno spazio utile ma che andrà gestito nel tempo. Si è partiti con le risorse del PNRR ma poi bisognerà lavorare per implementare. Lo stesso vale per la nuova biblioteca, che diventerà un vero e proprio hub culturale, non solo un luogo per prendere libri in prestito. Ma non basta dirlo, si dovrà lavorare tutti insieme per farlo diventare uno spazio culturale vivo.
L’amministrazione ha saputo portare avanti grandi progetti finanziati dal PNRR, ma come sappiamo ci sono stati anche progetti che hanno portato ad alcuni screzi. Penso soprattutto all’ospedale nuovo e alla riqualificazione di piazza Europa.
Innanzitutto penso che tutti i progetti, anche quelli virtuosi o che hanno un’adesione massima, possono generare una discussione che resta aperta nel corso degli anni. La discussione è sana, è sintomo di democrazia ed è giusto ascoltare le diverse voci. Nel concreto però gli enti hanno necessità di procedere sulle iniziative progettuali, utilizzando gli spunti delle discussioni e ascoltandole, ma trovando poi dei punti fermi. In merito all’ospedale, la parte comunale aveva assunto una sua decisione. La discussione può ancora esserci, ma questa non può far percepire a chi deve mettere a terra il progetto, cioè la Regione Piemonte e l’Azienda ospedaliera stessa, che ci sono delle indecisioni. Ora sappiamo che Scr Italia Spa è la stazione appaltante che lavorerà sulla progettazione, e non ci hanno mai comunicato che sia stata cambiata idea in merito al sito futuro. Anzi gli enti stanno seguendo strade che sono ben definite. Ci sono state due commissioni consiliari apposite, la prima ha deliberato con parere pressoché unanime la necessità di avere un ospedale unico e la seconda ha parlato della collocazione, individuando appunto Confreria. Questo era il ruolo dell’Amministrazione: confermare la volontà di avere l’ospedale nuovo e individuare la sede. Ora la sanità regionale procederà con il progetto. Nei giorni scorsi ho sollecitato la Regione per avere novità sul progetto: penso che si possa chiudere questa fase e si debbano ricevere rassicurazioni sul futuro del novo nosocomio. Attualmente l’ASO, costituita da strutture e macchinari ma soprattutto da un capitale umano importante, vera ricchezza e vero patrimonio dell’ospedale, ha necessità di avere una guida presente. Il dottor Tranchida ha dato il suo meglio finché ha potuto dedicarvisi completamente, ma ora non è fattibile a fronte della sua nomina alle Molinette. L’azienda ha bisogno di un direttore o di una direttrice dedicati e competenti per raccogliere le sfide che il personale pone e per dare una risposta ai lavoratori della sanità, ma anche ovviamente all’utenza, ai pazienti.
L’altro capitolo è quello di piazza Europa: il recente pronunciamento del TAR ha riaperto la possibilità di proseguire nel progetto di riqualificazione. Questo progetto ha creato divisioni ogni volta in cui se ne è parlato. È un intervento complesso che vuole portare una trasformazione per la vita della Piazza. Naturalmente non è un intervento per tagliare alberi e fare una colata di cemento. Non l’avrei sostenuto perché sono contraria alla cementificazione massiva e non è un progetto incurante del verde. Al contrario, l verde che c’è in città ha bisogno di essere rigenerato. Può piacerci un tipo di albero piuttosto che un altro, posso capire chi sia affezionato a quegli alberi, ma la trasformazione garantirà più verde, meno cemento, più vivibilità. Abbiamo pensato a quella piazza per chi arriva, per chi la userà nei decenni a venire, e sarà un luogo in cui si potrà andare per trascorrere del tempo insieme. Ora come ora è difficile farci qualcosa, è difficile fermarsi, giocarci, organizzare una manifestazione. Il desiderio è aprire uno spazio utile per quella parte di città che già lamenta un certo isolamento commerciale, ma che in realtà è vicina alle scuole superiori, all’ASL, e che quindi potrebbe diventare un collante ed essere viva e vivace. Pensiamo a una riqualificazione in cui il verde sia centrale, ma anche la vita delle persone. Le valutazioni estetiche sono soggettive, può piacere o non piacere, ma il desiderio è dare uno spazio nuovo per tutta la città. Sarà introdotto un livellamento per tutta la piazza, da portici a portici, mantenendo un passaggio per le esigenze particolari (traslochi, funerali, emergenze e quant’altro), ma si creerà una superfice senza barriere architettoniche che unirà porticato e attività commerciali alla piazza, dando così uno spazio nuovo, ordinato, elegante e pieno di potenzialità per dehors, per stare fuori a leggere, passeggiare... Ci sarà anche un’area destinata al gioco bimbi. La nuova piazza darà la possibilità di collocare eventi: cito ad esempio il Cuneo Bike Festival, che proprio lì, per le sue dimensioni e la sua struttura, potrebbe trovare una collocazione. L’idea è renderla una piazza di vita, così da implementare e sostenere anche le attività commerciali.
Questo si va a inserire anche nel dato ormai verificato che la riqualificazione nelle città porta più sicurezza.
È da molto tempo che si presta attenzione a quell’area, a partire dalla Stazione FS, come Amministrazione, insieme alle Forze dell’Ordine, con il coordinamento del Tavolo Ordine e Sicurezza della Prefettura. Ovviamente si è partiti con un presidio di Forze dell’ordine, necessario perché c’erano molte segnalazioni di irregolarità e attività ai limiti della legalità. Quando ci sono temi di sicurezza o di percezione di insicurezza è fondamentale aumentare la vivibilità e la qualità della vita in termini di azioni e attività che si mettono in campo. Non serve se ci chiudiamo a chiave nelle case e poi pattugliamo con le forze dell’ordine. Ma se installiamo presìdi sul territorio, occupiamo lo spazio con nuove attività, possiamo monitorare e trasformare ciò che avviene. È ovvio che essendo una porzione di territorio vicina alla stazione, che ha visto negli ultimi anni modifiche delle dinamiche sociali, serve un lavoro su vari step, su vari piani, per trovare soluzioni. E questo è ciò che sta avvenendo. Per esempio, il Movicentro, da spazio vuoto ora è un luogo dove ci sono servizi per i tutti. Un altro tema è la stazione: se RFI riuscisse a venire incontro ad alcune esigenze nella ristrutturazione dell’immobile, in modo da poter avviare attività commerciali e non al suo interno, questo garantirebbe un ulteriore presidio. La nostra stazione è effettivamente un unicum perché è molto grande e quindi è molto oneroso intervenire. Ma se questo spazio fosse vivo, creerebbe ricadute sociali importanti. Siamo attivi anche su un altro livello: il Comune è partner in una ricerca sul consumo e la diffusione città del crack, che è una droga che costa poco, che ci si può procurare facilmente e causa danni tremendi, per avere una lettura del fenomeno che non si limiti a quella che ci restituiscono le Forze dell’Ordine, che hanno un quadro importante ma puntuale legato allo spaccio e al microspaccio. A noi serve avere un quadro complessivo di chi si approccia al consumo di sostanze stupefacenti. È evidente che una Amministrazione non ha gli strumenti per prevenire il consumo di sostanze, ma coordinandosi con altre realtà del territorio si possono mettere in atto misure sociali, soprattutto per droghe particolari, come appunto il crack.
Dopo aver vissuto l’esperienza da prima cittadina, qual è l’augurio per Cuneo e per le nuove generazioni che vivranno la città?
Il mio augurio alla città è di vivere nella speranza. Avere una dose di ottimismo consapevole, non superficiale. Ciò che mi spaventa di più è sentire crescere lo sconforto e la paura. Paure e timori personali, ma anche collettivi, e talvolta anche paure costruite frenano la possibile evoluzione di una città e questo è negativo per tutti. Bisogna investire sulla speranza e sulla fiducia non in modo superficiale, ma lavorandoci in maniera approfondita, avendo fiducia che le persone, se messe in condizione di poter vivere bene la città, avranno voglia di farlo, se si trovano a disposizione servizi facili e snelli, possono trarne vantaggio e avere fiducia nell’amministrazione pubblica. Il lavoro che stiamo facendo sulla nuova biblioteca, per esempio, ci racconta che bisogna provare ad affidarsi ai giovani, perché effettivamente saranno loro a ereditare gli spazi cittadini. L’augurio è di non farsi sopraffare dalla negatività, lavorare con attenzione affinché nessuno ci rubi la speranza e guardare avanti.»