Cinema queer, il Lovers incorona i suoi protagonisti 2026

Dal miglior lungometraggio ai documentari: premi a Moragas e O’Connor, spicca 'Ballata Femmenella'

Felicia Bello 23/04/2026
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Il 41° Lovers Film Festival chiude la sua edizione torinese confermando la propria natura di osservatorio privilegiato sul cinema LGBTQI+ contemporaneo: non solo una vetrina di titoli, ma un termometro politico, culturale e sentimentale del presente. Il festival, organizzato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, si conferma il più longevo in Italia dedicato a questi temi e continua a proporsi come luogo di confronto sui diritti, sulle identità e sulle trasformazioni del linguaggio cinematografico.

Alla guida artistica c’è ancora Vladimir Luxuria, in un’edizione che ha ribadito la vocazione internazionale della rassegna e la sua attenzione ai nuovi autori.  

A dominare il concorso dei lungometraggi è stato “Un altre home / Another Man” dello spagnolo David Moragas, che ha conquistato il Premio Ottavio Mai per il miglior film della sezione All the Lovers e anche il Premio Young Lovers – Libere Gabbie, firmando così una delle affermazioni più nette dell’intero festival. La giuria presieduta da Lorenzo Balducci ha premiato il film per la capacità di raccontare una realtà queer «priva di stereotipi», costruita su personaggi credibili e attraversata da un equilibrio riuscito fra commedia, tensione drammatica e umorismo amaro. È un riconoscimento che segnala una tendenza precisa: oggi il cinema queer più convincente sembra essere quello che rinuncia alle semplificazioni identitarie e sceglie, invece, l’ambiguità, la tenerezza e le contraddizioni della vita reale.  

Nel concorso documentari, la vittoria è andata a “Barbara Forever” di Brydie O’Connor, premiato come miglior film della sezione Real Lovers. Il documentario ricostruisce la figura di Barbara Hammer, pioniera del cinema lesbico e femminista sperimentale, restituendone la radicalità artistica e politica attraverso immagini di una filmografia ancora in parte sommersa e la stessa voce narrante della regista americana. La motivazione sottolinea proprio questa capacità di fare del documentario non una semplice biografia, ma un percorso dentro un’opera che ha trasformato il cinema in gesto d’amore, militanza e affermazione di sé. Accanto al vincitore, la menzione speciale è andata a “La face cachée de la terre / The Hidden Face of the Earth” di Arnaud Alain, lodato per la sua originalità formale e per le domande che pone sul rapporto tra immagine, percezione e conoscenza.  

Sul fronte dei cortometraggi, la sezione Future Lovers ha incoronato “Sunday Lunch” di Lyndon Henley Hanrahan. La giuria presieduta da Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, ha scelto una dramedy capace di unire efficacia visiva, precisione recitativa e temi profondamente contemporanei. Anche in questo caso il Lovers ha premiato un cinema che lavora sulle frizioni della quotidianità, sulla capacità di portare sullo schermo esperienze riconoscibili senza sacrificare stile e mordente. La menzione speciale è andata invece a “Two Black Boys in Paradise” di Baz Sells, apprezzato per la sua animazione travolgente e per un racconto d’amore diretto, sociale e senza filtri, tanto da conquistare anche l’Audience Award della stessa sezione.  

Tra i titoli più premiati dell’edizione spicca senza dubbio “Ballata Femmenella” di Elettra Raffaela Melucci e Giovanni Battista Origo, che ha ottenuto il Premio Torino Pride, il Premio Giò Stajano e anche l’Audience Award della sezione Real Lovers. È uno dei casi in cui il festival ha chiaramente indicato non solo un film riuscito, ma un’opera ritenuta necessaria. Le motivazioni insistono sulla forza di una voce insieme antica e attualissima, sul valore simbolico del mito, sul passaggio generazionale e su uno sguardo politico rivolto ai diritti sociali e civili. Il film, dedicato al mondo dei femminielli napoletani, è stato riconosciuto come un’opera capace di tenere insieme memoria, lotta, identità e inclusione, offrendo un ritratto che dal radicamento locale arriva a una dimensione universale. La sua centralità nel palmarès racconta anche una precisa scelta culturale del festival: riportare al centro storie che parlano di corpi, comunità e appartenenza senza neutralizzarne il conflitto.  

Altri riconoscimenti hanno rafforzato il profilo politico del palmarès. Il Premio Matthew Shepard – Il Groviglio è andato a “La più piccola / La Petite Dernière” di Hafsia Herzi, premiato per la rappresentazione del conflitto tra identità sessuale e modelli culturali e religiosi di appartenenza. “Between Dreams and Hope” di Farnoosh Samadi ha invece ricevuto il premio Riflessi nel buio, con una motivazione che richiama esplicitamente l’urgenza di non abbassare l’attenzione sui diritti LGBTQIA+, dentro e fuori l’Europa. È forse qui che il Lovers mostra con più nettezza la propria identità: non solo festival cinematografico, ma spazio che usa i film per leggere l’erosione dei diritti, la pressione dei nazionalismi culturali e il ritorno di un clima regressivo in molte parti del mondo. Non a caso, nella presentazione dell’edizione 2026, Luxuria aveva parlato di un’annata segnata da una reazione creativa all’oscurantismo e ai passi indietro registrati anche in Paesi occidentali.  

Più laterali ma rivelatori restano poi gli altri premi: l’Adoration Award a “Sensualità a Corte” di Marcello Cesena, scelta che introduce una nota pop e ironica nel palmarès, e l’Audience Award di All the Lovers assegnato a “On the Sea” di Helen Walsh. Ne esce un mosaico composito, in cui convivono ricerca autoriale, documentario militante, commedia queer, memoria storica e nuovi linguaggi visivi.  

Nel complesso, i vincitori del 41° Lovers Film Festival restituiscono l’immagine di una rassegna in piena vitalità, capace di tenere insieme industria culturale e attivismo, sperimentazione e accessibilità, racconto individuale e tensione collettiva. Il dato più interessante, forse, è che i film premiati non cercano quasi mai l’eccezionalità dell’identità queer come “tema”, ma la trattano come una lente attraverso cui osservare relazioni, ferite, desideri, famiglie e società. È questo il segnale più forte lasciato dal festival torinese: il cinema LGBTQI+ non chiede più di essere ammesso al tavolo del discorso cinematografico, ma continua a riscriverlo da dentro.  

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AUT. TRIB. CUNEO n° 688 del 20/12/23
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