L’Università di Torino interviene sull’occupazione di Palazzo Nuovo da parte di un gruppo di studenti e collettivi universitari, ribadendo con fermezza che «l’occupazione di spazi universitari non è una forma di confronto accettabile».
Secondo l’ateneo, si tratta di una scelta che limita i diritti dell’intera comunità accademica e compromette lo svolgimento delle attività istituzionali, incidendo negativamente su didattica, ricerca e servizi.
Palazzo Nuovo viene definito «un luogo di studio, lavoro e servizio pubblico» che deve rimanere accessibile e sicuro per studentesse e studenti, personale tecnico-amministrativo, docenti e cittadini. Qualsiasi iniziativa che impedisca o condizioni l’accesso alle strutture, interrompa le lezioni o metta a rischio persone e beni è giudicata incompatibile con la responsabilità che un’istituzione pubblica è tenuta a garantire.
Da qui la richiesta dell’Università di rinunciare all’occupazione e di procedere al «ripristino immediato» delle condizioni di piena agibilità e fruibilità dell’edificio. L’ateneo fa sapere di aver già attivato le procedure interne necessarie alla tutela della sicurezza e del patrimonio e di stare valutando, in raccordo con gli organi competenti, tutte le misure previste per garantire la continuità delle attività e la tutela dei diritti della comunità universitaria. La disponibilità al confronto viene confermata, ma solo «nelle sedi proprie della rappresentanza e del dialogo istituzionale», escludendo qualsiasi interlocuzione che avvenga «sotto condizione o attraverso il blocco delle attività».
Sulla vicenda è intervenuta anche la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che, secondo quanto si apprende, ha avuto un colloquio telefonico con la rettrice Cristina Prandi. Nel corso della conversazione la ministra ha chiesto un aggiornamento dettagliato sull’occupazione di Palazzo Nuovo, esprimendo «forte preoccupazione» per le condizioni di sicurezza degli ambienti coinvolti e assicurando alla rettrice «il pieno supporto del Ministero» per affrontare una situazione definita «inaccettabile».
Il quadro si inserisce in un clima di crescente tensione alla vigilia della manifestazione nazionale prevista per sabato prossimo a Torino contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto lo scorso 18 dicembre, e contro il governo Meloni. Restano tre i cortei annunciati, ma cambia la piazza in cui confluiranno: non più piazza Castello, bensì piazza Vittorio Veneto. L’annuncio è arrivato dagli organizzatori durante una conferenza stampa tenuta davanti a Palazzo Nuovo occupato, nel corso della quale è stato riferito che sono oltre «200 le realtà aderenti» alla piattaforma lanciata il 17 gennaio dall’assemblea nazionale, «dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati».
I pre-concentramenti delle 14.30 restano confermati alle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa e a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche. I tre cortei confluiranno poi in piazza Vittorio Veneto per ripartire in un unico serpentone. «Non sappiamo ancora con esattezza quali saranno i percorsi, perché servono tempi tecnici per definire alcuni dettagli», ha spiegato Michele, portavoce di Askatasuna, precisando che il corteo passerà nelle vicinanze del quartiere Vanchiglia e del centro sociale per poi concludersi in Regio Parco, dove saranno presenti i pullman per chi arriva da fuori città.
Nel frattempo la Digos ha effettuato perquisizioni in alcune abitazioni riconducibili ad ambienti antagonisti. Gli accertamenti sono stati confermati dagli stessi autonomi, che sui social parlano di «criminalizzazione nei confronti di chi lotta». L’attività di polizia arriva a pochi giorni dalla manifestazione nazionale e il giorno successivo all’occupazione di Palazzo Nuovo. Durante le perquisizioni sarebbero stati sequestrati alcuni indumenti, in particolare capi di abbigliamento che potrebbero essere sottoposti a verifiche per accertarne un eventuale utilizzo durante manifestazioni caratterizzate da episodi di violenza.
L’occupazione si colloca nell’ambito della mobilitazione contro la decisione dell’Università di chiudere l’edificio in cui avrebbe dovuto svolgersi un evento musicale legato alla protesta contro lo sgombero di Askatasuna, una scelta che ha innescato una dura reazione politica.
«Occupare l’Università non è disobbedienza civile, non è pressione collettiva: è un atto di prepotenza di una minoranza», affermano il senatore Roberto Rosso e Marco Fontana, segretari provinciale e cittadino di Forza Italia a Torino. Gli esponenti azzurri parlano di violazione «della proprietà pubblica e privata, del diritto allo studio degli altri e del diritto all’incolumità pubblica», citando anche l’introduzione di «un bombolone del gas senza rispettare le norme di sicurezza». Per Forza Italia quanto sta accadendo a Palazzo Nuovo è «vergognoso» e richiede l’attivazione di norme capaci di «fermare la dittatura dei pochi».
Secondo Rosso e Fontana l’occupazione è «illegittima» perché non nasce da proteste legate ai servizi universitari, ma da una solidarietà politica verso «gli ambienti dei centri sociali, dell’eversione e di Askatasuna». Il concerto annullato, aggiungono, «sarebbe magari stato l’occasione per finanziare attività illecite promesse per il corteo». Da qui la richiesta netta di sgombero immediato e l’avvertimento finale: dopo il rifiuto di modificare il corteo, «non esiste dialogo con chi non ne conosce nemmeno il significato», mentre un’eventuale partecipazione di esponenti istituzionali alle manifestazioni potrebbe portare alla richiesta di dimissioni «nelle sedi opportune».