Dopo gli scontri del 25 luglio al cantiere Tav di Chiomonte (Torino), il giudice accoglie la richiesta della Procura. Contestati devastazione, lesioni e resistenza aggravata. Intanto il movimento rilancia con un nuovo campeggio e rivendica la 'lotta'.
Il Tribunale di Torino ha disposto la custodia cautelare in carcere per i due ventenni tedeschi arrestati dalla Polizia dopo i violenti disordini del 25 luglio al cantiere della Torino-Lione a Chiomonte. Il giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta avanzata dalla Procura, ritenendo sussistenti i presupposti per la misura cautelare.
Ai due giovani vengono contestati i reati di devastazione, lesioni ai danni di appartenenti alle forze dell’ordine e resistenza a pubblico ufficiale, aggravati da diverse circostanze. La Procura ha precisato che tra le contestazioni non figura alcuna aggravante riconducibile al terrorismo.
Nel corso dell’udienza di convalida gli arrestati hanno respinto ogni addebito, sostenendo di essere giunti in Val di Susa esclusivamente per partecipare al festival Alta Felicità di Venaus e di non aver preso parte all’assalto contro il cantiere. Una ricostruzione che, almeno allo stato degli atti, non ha convinto gli inquirenti né il giudice.
La decisione del Gip arriva mentre una parte del movimento No Tav torna ad alzare i toni dello scontro. In un comunicato diffuso alla vigilia del nuovo campeggio previsto in località Traduerivi, alcuni attivisti definiscono infatti 'vigliaccheria dello Stato' l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, arrivando ad affermare che 'chi devasta sono gli operai di Telt e la polizia'. Parole che segnano un ulteriore salto di qualità nella contrapposizione e che rischiano di alimentare un clima già fortemente deteriorato.
Nel documento viene inoltre annunciata una 'settimana di lotta' con quattro giorni di iniziative, assemblee e momenti di autogestione. Gli estensori del testo rivendicano apertamente la manifestazione del 25 luglio, sostenendo che ogni volta in cui 'il monopolio della violenza dello Stato viene messo in discussione' si assiste a un tentativo di delegittimare il movimento.
È proprio questo il punto più delicato. In uno Stato di diritto il dissenso, anche il più radicale, trova piena tutela quando si esprime nel rispetto della legge. Ben diverso è il caso di azioni che sfociano in assalti ai cantieri, lanci di pietre, bombe carta, razzi e molotov contro gli agenti chiamati a garantire l’ordine pubblico. Trasformare gli autori di tali episodi in 'compagni' da difendere a prescindere e dipingere le forze dell’ordine come i veri responsabili della violenza significa rovesciare il rapporto tra legalità e illegalità.
La custodia cautelare disposta dal Gip non rappresenta una condanna definitiva, ma un provvedimento adottato sulla base degli elementi raccolti dagli investigatori. Sarà il processo ad accertare le responsabilità individuali. Resta però un dato politico e civile: a oltre trent’anni dall’inizio della protesta contro la Torino-Lione, una parte del movimento continua a non prendere le distanze dalla violenza, preferendo giustificarla o minimizzarla. Ed è proprio questa ambiguità a impedire che il confronto sul futuro dell’opera possa svolgersi esclusivamente sul terreno del dibattito democratico.