In vista delle elezioni comunali previste nel 2027, Marco Fontana, segretario cittadino di Forza Italia e tra i possibili candidati sindaco indicati dalla segreteria regionale del Partito – insieme ad Andrea Tronzano e a Claudia Porchietto – rivendica la «contendibilità» di Torino dopo i fallimenti dell’Amministrazione Lo Russo.
Nella nostra intervista attacca duramente il Centrosinistra, accusato di arroganza e distanza dalle periferie, e rilancia la necessità di una candidatura politica, moderata e frutto di un accordo chiaro nella coalizione.
Al centro, una visione alternativa di città che parta dai quartieri più fragili, dalla sicurezza e dalla legalità. Per Fontana, la sfida non è solo sui nomi, ma sull’idea di Torino da costruire.
Le elezioni comunali del 2027 sembrano già entrate nel vivo. Condivide l’idea, emersa anche nel Centro-destra, di cui abbiamo scritto ieri sul nostro quotidiano, che Torino sia oggi una città «contendibile»?
«Se, come sembra, passerà la legge di riforma elettorale che porterà a un’elezione a turno unico, laddove almeno una coalizione superi il 40%, Torino sarà sicuramente contendibile. Credo però che i fallimenti collezionati dal Centro-sinistra in questi anni di mandato amministrativo rendano giocabile la partita per conquistare la Sala Rossa anche con le regole attualmente in vigore. Lo Russo e la sua Giunta, schiacciati su posizioni di estrema sinistra, sommersi dalle inchieste giudiziarie collezionate come raccolte a punti, con la supponenza e l’arroganza di evitare il confronto con i cittadini delle periferie hanno creato le condizioni perfette per un ‘effetto tsunami’, come avvenne nella Bologna dei tempi di Guazzaloca».
Le dichiarazioni di Giovanni Crosetto e Fabrizio Ricca che abbiamo pubblicato ieri sembrano convergere su un punto: per vincere serve un candidato moderato, non ideologico. È anche la linea di Forza Italia?
«Come hanno ribadito più volte sia il ministro Zangrillo sia il senatore Rosso, serve una candidatura politica dopo aver provato la strada degli uomini ‘prestati’ alla politica. Sicuramente sarebbe preferibile se fosse una figura moderata, ma per essere seri bisogna ricordare che siamo una coalizione e che si vince e si perde insieme con le proprie differenze e sensibilità. Caratteristiche che, a differenza del cartello elettorale delle Sinistre, si traducono sempre in una sintesi e non in continue crisi e ricatti come avviene nel campo avverso. Già accade con gli assetti attuali, figuriamoci con un campo largo che racchiude tutto e il contrario di tutto».
Queste prese di posizione ridimensionano, di fatto, l’ipotesi di un candidato fortemente identitario come Maurizio Marrone. Il Centro-destra sta davvero cambiando approccio?
«Credo che il Centro-destra abbia ottimi candidati e Marrone è uno di questi, persone che non hanno avuto paura di metterci la faccia per i valori del Centro-destra. Sento gridare sempre al fascismo di ritorno, ma il Governo a guida Fdi dimostra di essere molto legato alla figura di Tajani e alle sue posizioni moderate e a Torino la vicenda Askatasuna e il tentativo di legalizzarla, oltre ai piani portati avanti sul diritto alla casa, anche con requisizioni, da parte del sindaco Lo Russo e dei suoi alleatii, dimostrano che è attuale e preoccupante semmai il fenomeno dei neo fascio comunisti».
Nel dibattito che si è aperto emerge la necessità di un candidato civico, ma non «subìto» dai Partiti. Quanto conta, per voi, che il candidato sia il frutto di un accordo politico chiaro e unitario?
«Contano i programmi. Si vince con una visione chiara della Torino che vogliamo consegnare ai nostri figli e figlie nel 2032, un’immagine che deve essere facilmente percepibile dai Torinesi. Il candidato deve essere un politico, basta agli esperimenti per blandire l’area moderata del Centro-sinistra. Quella la si conquista con le idee, non con i nomi provenienti dallo stesso ‘Sistema Torino’ che l’ha devastata, rendendola una città da Sud Italia come diceva il premier Draghi, quando è venuto a ripianare i conti disastrati da Pd e M5s».
Guardando ai nomi che circolano – dal mondo dell’impresa, della cultura e delle professioni – Forza Italia dove vede il bacino più credibile per individuare il candidato giusto?
«Forza Italia è l’approdo naturale per loro. Non sono necessari traghetti intermedi, dobbiamo come classe dirigente portarli dentro al nostro Partito, che nel passato ha saputo rappresentare oltre il 30% dei Torinesi. Se lo faceva allora, lo può rifare con la credibilità del suo progetto politico, dei suoi valori e della sua classe dirigente».
Molti osservatori sostengono che la vera partita si giochi nei quartieri centrali della città, storicamente più vicini al centrosinistra. È lì che un profilo moderato può fare la differenza?
«Assolutamente no. La partita nel 2027 si giocherà nelle periferie. Per troppi anni i quartieri più difficili sono stati terra di conquista solo al momento del voto, tranne poi vedere gli inquilini della Sala Rossa dirottare tutti i fondi non vincolati sul centro. Noi da anni stiamo lavorando su questi quartieri e in tarda primavera organizzeremo i primi ‘Stati Generali delle Periferie’, per dare la nostra idea per la Torino che vorremmo. Una Torino che non abbia solo un ‘salotto centrale’, ma tanti ‘vani’ con pari dignità, ognuno valorizzato per le proprie potenzialità, storia, vocazioni. Chi sta dietro alle associazioni, alle piccole imprese, alle botteghe, sono le colonne portanti che possono ridare vita a Torino, non i ‘salotti buoni’ alla Castellani che l’hanno portata al declino».
Forza Italia, per sua natura, rappresenta una tradizione liberale e moderata. Si sente oggi il Partito più attrezzato per intercettare quel voto indeciso di cui si parla molto?
«Ci candidiamo a esserlo. Bisogna crederci con tutte le nostre forze per riuscire a trasmetterlo, per dare una nuova speranza ai Torinesi».
Sicurezza e baby gang sono diventate un’emergenza quotidiana in molti quartieri di Torino, dalle periferie al centro. Che giudizio dà sull’azione dell’Amministrazione Lo Russo e quali risposte concrete il centrodestra dovrebbe mettere al centro del programma?
«Lo Russo vincerebbe le Olimpiadi di ping pong anche contro i cinesi. La capacità che ha di rimbalzare in campo avverso tutte le sue responsabilità è da Guinness World Record. Sin da bambino mi ricordo una Torino silenziosa, una Torino di primati, una Torino laboratorio d’Italia che si faceva scippare dal resto d’Italia, ma almeno ordinata. Ora il sindaco Lo Russo, non da solo, ma anche grazie ad anni di (s)governi Castellani, Chiamparino, Fassino e Appendino è riuscito a continuare a farci scippare il meglio della città, ma con l’aggiunta che ora finiamo nelle cronache nazionali per fatti di cronaca nera. Un disastro totale che solo lui e la sua pletora di esponenti del ‘Sistema Torino’ non si accorgono di far vivere a dei cittadini vissuti come sudditi».
Il caso dell’ex Centro sociale Askatasuna e i ripetuti scontri di piazza hanno riacceso il dibattito su legalità e ordine pubblico a Torino. Ritiene che il Comune di Torino abbia tenuto una posizione troppo ambigua e quale dovrebbe essere, secondo lei, la linea di un’Amministrazione di Centro-destra su una realtà come questa?
«Non solo ha tenuto una posizione ambigua, ma continua a tenerla, invece di sfruttare l’occasione del blitz operato dal Governo e che ha portato allo sgombero di un immobile occupato illegalmente di sua proprietà, ma che non aveva il coraggio di liberare. Anche dopo il disastro di un patto disatteso continua a riproporlo per tenere in piedi una maggioranza succube di Avs».
Infine, i tempi: è presto per fare nomi o il centrodestra rischia di arrivare tardi se non avvia subito un confronto serio sul candidato sindaco?
«I nomi i partiti li hanno fatti: Marrone per Fratelli d’Italia; Tronzano, Porchietto e il sottoscritto per Forza Italia. Esistono dei tempi tecnici per definire le candidature che conosciamo bene. Ripeto però che a vincere sarà l’idea della Torino futura che sapremo comunicare. Da ormai trent’anni, il sistema di Torino convince Torinesi che se arrivasse il Centro-destra al Governo della città arriverebbero i barbari. Utilizza il fatto che il Comune, le sue partecipate e le associazioni che gravitano attorno sono il principale datore di lavoro cittadino. Il Governo della Regione con la guida del presidente Cirio dimostra che il Centro-destra ha una classe politica matura per governare anche il capoluogo: la pecora nera che abbassa tutte le statistiche socio-economiche regionali, ma che è sempre stata governata negli ultimi tre decenni dalle stesse forze politiche di sinistra che ogni volta si agghindano come i ‘salvatori della città’ dopo averla demolita. Torino può svoltare se si mettono al centro le troppe fragilità cavalcate dal Pd, ma puntualmente solo sfruttate e blandite. Non è con i finanziamenti a pioggia che si ridà dignità a giovani e meno giovani senza lavoro, che molti neppure lo cercano. È necessaria una visione rivoluzionaria di politiche industriali e sociali che dia certezza ai Torinesi per aumentare il loro benessere e la qualità della loro vita. Quella famosa ‘curva della felicità’ che perseguiva Robert Kennedy e che solo il Centro-destra ha nel suo Dna».