Torino si conferma protagonista nella ricerca sanitaria nazionale con uno dei più ampi studi mai realizzati in Italia sull’esitazione vaccinale. Il lavoro, coordinato dall’Università di Torino e pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe, fotografa un fenomeno diffuso e complesso: quasi un adulto su due manifesta forme di esitazione nei confronti delle vaccinazioni, ma con caratteristiche profondamente diverse a seconda dei contesti sociali, culturali e personali.
Lo studio rappresenta il primo risultato della INF-ACT Vaccine Hesitancy Survey, un’indagine su larga scala che ha coinvolto oltre 52 mila adulti residenti in tutta Italia, selezionati per rappresentare la popolazione per età, genere, istruzione e territorio.
Il progetto è stato coordinato dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino, con il coinvolgimento di numerosi atenei italiani, e si inserisce nel più ampio programma nazionale INF-ACT finanziato dal NextGenerationEU attraverso il PNRR.
Secondo i risultati, l’esitazione vaccinale non può essere letta come un fenomeno uniforme. Al contrario, è influenzata da fattori demografici e sociali, esperienze personali, orientamento politico e religioso e, soprattutto, dal livello di fiducia nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.
Uno degli elementi più innovativi dello studio riguarda l’analisi di variabili raramente esplorate nella ricerca italiana, come identità sessuale, genere ed etnia. I dati evidenziano la necessità di informazioni sempre più granulari per costruire politiche sanitarie realmente inclusive e mirate.
Per il professor Fabrizio Bert, direttore del Dipartimento torinese, l’esitazione vaccinale resta una delle principali sfide per i programmi di immunizzazione. I risultati suggeriscono che oggi il fenomeno dipende meno dai timori sulla sicurezza dei vaccini e più dalla difficoltà di comunicare efficacemente il valore della vaccinazione.
Un aspetto chiave riguarda il ruolo delle figure di riferimento nelle comunità. L’esitazione tende ad aumentare tra chi non percepisce un sostegno chiaro alla vaccinazione da parte di operatori sanitari, insegnanti o leader religiosi.
Il lavoro torinese si inserisce in un quadro scientifico più ampio che da anni evidenzia come la fiducia nelle istituzioni, il livello di alfabetizzazione sanitaria e l’accesso a informazioni affidabili influenzino direttamente le scelte vaccinali. Studi precedenti hanno infatti dimostrato che maggiore istruzione e contatto con operatori sanitari sono associati a livelli più alti di fiducia nei vaccini.
Alla luce di questi risultati, gli autori sottolineano la necessità di ripensare le strategie di sanità pubblica, superando un approccio limitato ai soli contesti sanitari tradizionali. La comunicazione dovrà essere sempre più adattata ai diversi sottogruppi della popolazione, coinvolgendo reti comunitarie e figure di prossimità per ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
In un contesto globale segnato da nuove sfide legate alle malattie infettive emergenti, il ruolo della ricerca italiana – e in particolare del polo torinese – diventa strategico. L’obiettivo non è solo comprendere il fenomeno dell’esitazione vaccinale, ma sviluppare strumenti concreti per ridurlo, rafforzando la resilienza del sistema sanitario e la protezione della salute collettiva.