Cortei e minacce, l'antagonismo torna a dettare legge a Torino
Forza Italia attacca: «Dietro la maschera del dialogo, il volto dello scontro»
Torino si prepara a una giornata di tensione annunciata, con tre cortei che sabato prossimo convergeranno nel cuore della città, piazza Castello, per protestare ancora una volta contro lo sgombero dell’ex Centro sociale Askatasuna di corso Regina Margherita 47 e contro la chiusura di Palazzo Nuovo decisa dalla rettrice dell’Università degli Studi di Torino, Cristina Prandi.
Una mobilitazione che si preannuncia imponente nei numeri e incendiaria nei toni, con un percorso che attraverserà le vie simbolo del capoluogo piemontese per poi puntare, per l’ennessma volta, verso corso Regina Margherita 47, davanti all’edificio di proprietà del Comune di Torino occupato abusivamente per trent’anni e finalmente sgomberato lo scorso mese di dicembre.
La regia, come spesso accade, è quella dei Collettivi universitari e delle sigle dell’area antagonista torinese, che rivendicano spazi gratuiti, agibilità politica e libertà di iniziativa, accusando la governance dell’ateneo cittadino di piegarsi a pressioni di questura e prefettura.
«Scelte politiche mascherate da decisioni tecniche», dicono gli organizzatori dell’iniziativa, in un crescendo di vittimismo militante che prova a dipingere l’università come una fortezza repressiva anziché come un’istituzione chiamata a garantire sicurezza e regole valide per tutte e tutti.
Il pretesto, stavolta, è il concerto ‘Que viva Askatasuna’, stoppato per due giorni con la chiusura di Palazzo Nuovo. Una decisione trasformata in ‘casus belli’, brandita come prova di un presunto complotto contro il «pensiero critico».
Ma dietro la retorica degli spazi aperti e del dialogo, emergono le solite parole d’ordine dell’antagonismo torinese: occupazioni, sfida allo Stato, minacce neppure troppo velate alla città e ai suoi abitanti.
Non a caso, all’assemblea preparatoria della manifestazione del prossimo 31 gennaio, secondo quanto riferito, il confronto sarebbe stato azzerato a colpi di slogan, con toni da resa dei conti e promesse di «rovesciamento dello Stato».
Altro che dibattito accademico: qui siamo ancora una volta davanti alla riproposizione di un copione logoro, che usa l’università come palcoscenico politico e gli studenti e le studentesse usati come scudi umani, più o meno consapevolmente.
Da una parte i Collettivi che parlano di missione culturale, di statuto, di apertura; dall’altra, la realtà di eventi organizzati in spazi non idonei, di concerti e feste, con tanto di somministrazione abusiva di cibi e bevande, spacciati per iniziative politiche, di occupazioni che per decenni hanno trasformato edifici pubblici in zone franche di Torino. La sicurezza diventa un fastidio, le regole un intralcio, le istituzioni un nemico da delegittimare.
Eppure la recente strage di Crans-Montana, in Svizzera, dovrebbe avere insegnato qualcosa a chi sventola la bandiera della ‘Kultura’.
In questo clima surreale, il presidio davanti al Rettorato dell’Università di Torino e la settimana di appuntamenti annunciati assumono il sapore di una campagna di pressione sistematica. Una prova di forza che mira a imporre la propria agenda con la logica del fatto compiuto e del ricatto: o ci date gli spazi, oppure blocchiamo tutto.
Dura la replica dal fronte politico di Centrodestra.
Il senatore Roberto Rosso e Marco Fontana, segretari di Forza Italia a livello provinciale e cittadino, parlano senza giri di parole di «atto di vigliaccheria» e di abuso degli spazi pubblici. Gli Azzurri ccusano i Collettivi di sbandierare aperture democratiche, mentre in realtà praticano l’intimidazione e l’antagonismo più becero.
Chiosano Rosso e Fontana: «Dietro la maschera del dialogo, i Collettivi mostrano il volto dello scontro» e poi ribadiscono la solidarietà alla rettrice Cristina Prandi, già nel mirino per aver assegnato un’aula del Campus Einaudi e ora per aver detto no a un evento che, nelle loro parole, avrebbe potuto trasformarsi «in un’altra Crans-Montana». «Ribadiamo - concludono - che pensare di organizzare feste e concerti in luoghi non adibiti allo scopo, che sia Palazzo Nuovo o l’ex Askatasuna, è irresponsabile per loro e per la loro sicurezza».
Il quadro che emerge è quello di una città stretta tra due narrazioni inconciliabili: da un lato chi rivendica il diritto all’occupazione e alla forzatura, dall’altro chi richiama al rispetto delle regole e alla responsabilità. In mezzo, l’università, tirata per la giacca e usata come campo di battaglia ideologico.
Sabato, quando i tre cortei partiranno da Palazzo Nuovo, Porta Nuova e Porta Susa per poi confluire in piazza Castello e dirigersi verso corso Regio Parco, Torino capirà se si tratta di una protesta pacifica oppure dell’ennesima prova muscolare di un movimento che confonde la libertà con l’arbitrio.
Per ora, una cosa è certa: dietro lo slogan della difesa degli spazi, si muove una macchina politica che non cerca dialogo, ma visibilità e scontro. E che non accetta limiti, né istituzionali né civili.