L’università come luogo di studio o come spazio di militanza politica permanente? È scontro aperto tra il Collettivo universitario autonomo (Cua), area studentesca vicina al centro sociale Askatasuna, e la nuova rettrice dell’Università di Torino, dopo la decisione di chiudere Palazzo Nuovo per motivi di sicurezza in concomitanza con una festa autogestita annunciata dal collettivo.
In una nota durissima diffusa sui social, il Cua accusa la rettrice di un comportamento «vigliacco, autoritario e inutilmente allarmista», parlando di ateneo «blindato» per impedire «un momento di socialità fuori dalle logiche del profitto». Secondo gli studenti, la chiusura sarebbe frutto delle «intimidazioni della questura» e di una volontà di «montare casi mediatici dal nulla». La festa, con musicisti e dj, è stata quindi spostata al Laboratorio culturale occupato Manituana, altro spazio storicamente legato all’area antagonista cittadina.
Parole che hanno immediatamente innescato la reazione politica. Il segretario cittadino di Forza Italia, Marco Fontana, ha espresso piena solidarietà alla rettrice Prandi parlando di «attacchi inaccettabili» e di una scelta doverosa sul piano della sicurezza. «Tenere concerti in aule universitarie è pericoloso e illegale – ha dichiarato –. Era ora di dire basta a un uso improprio degli spazi pubblici. Crans-Montana non ha insegnato nulla?». Il riferimento è alla tragedia dello scorso Capodanno in Svizzera, spesso citata come monito sui rischi degli eventi affollati in luoghi non idonei.
Fontana affonda poi il colpo sul piano politico, collegando l’iniziativa del Cua al mondo di Askatasuna e alle recenti mobilitazioni torinesi finite sotto la lente della magistratura: «Dopo le occupazioni, i cortei violenti e le parole d’ordine sul rovesciamento dello Stato, serve una risposta ferma. Non basta colpire le braccia armate della protesta, bisogna individuare anche i cattivi maestri. Gli attacchi e minacce subiti dalla neorettrice Prandi sono inaccettabili e squadriste».
Il caso Palazzo Nuovo si inserisce infatti in un clima cittadino già rovente, segnato dalle inchieste sui disordini legati ai cortei pro Palestina, alle azioni contro l’Italian Tech Week, alle tensioni attorno allo sgombero di Askatasuna e alle recenti richieste di misure cautelari per militanti dell’area antagonista. In questo contesto, la scelta dell’ateneo di alzare il livello di attenzione sulla sicurezza viene letta da una parte come atto di responsabilità, dall’altra come tentativo di reprimere spazi di autogestione.
Da un lato, dunque, gli studenti che rivendicano l’università come luogo di socialità e conflitto politico; dall’altro, le istituzioni che richiamano al rispetto delle regole e alla tutela dell’incolumità pubblica. In mezzo, un ateneo che si ritrova terreno di scontro simbolico tra legalità e militanza. E una città che, dopo mesi di tensioni, sembra sempre più divisa tra chi parla di repressione e chi, al contrario, chiede che lo Stato e le istituzioni «tornino a farsi rispettare».