Non una pericolosità tale da giustificare il carcere o gli arresti domiciliari, ma neppure un quadro che consenta di eliminare le restrizioni già imposte. È il punto di equilibrio individuato dai giudici per Sara Munari, 24 anni, torinese, considerata dagli investigatori una delle figure emergenti dell’area antagonista legata all’ex centro sociale Askatasuna.
La Corte di Cassazione ha respinto sia il ricorso della procura sia quello presentato dalla difesa della giovane, confermando così la valutazione compiuta dal tribunale torinese sulla misura cautelare. Al centro del procedimento ci sono, in particolare, le contestazioni relative alle irruzioni nella sede della Città metropolitana del 14 novembre 2025 e nella redazione de La Stampa del 28 novembre successivo.
Munari era già sottoposta all’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia. Il 9 aprile la misura era stata aggravata aggiungendo l’obbligo di dimora a Torino e quello di permanere nella propria abitazione durante la notte, dalle 19 alle 6.
I giudici avevano ritenuto necessario un «inasprimento» delle prescrizioni, senza però arrivare alle misure cautelari più pesanti. Nella valutazione del tribunale, infatti, «pur essendo grave l’occupazione della sede di un quotidiano in cui si pubblicano articoli non graditi», gli elementi esaminati non erano sufficienti a delineare «una elevata pericolosità dell’indagata», non essendo state individuate condotte violente a lei attribuibili tali da rendere necessari gli arresti domiciliari o la custodia in carcere.
Una conclusione contestata da entrambe le parti, ma per ragioni diametralmente opposte. Secondo i difensori, le limitazioni imposte alla ventiquattrenne sarebbero state eccessivamente severe. La procura, al contrario, chiedeva una risposta cautelare più incisiva. La Cassazione ha respinto entrambi i ricorsi, giudicando la valutazione complessiva del tribunale «equilibrata e coerente con i criteri di gradualità e proporzione». Una valutazione che, secondo la Suprema Corte, non può quindi essere rimessa in discussione nel merito.
La decisione arriva all’interno di un quadro giudiziario più ampio che negli ultimi anni ha coinvolto Munari in relazione a diverse manifestazioni. Gli investigatori la indicano, insieme ad altri giovani militanti, tra i volti di primo piano della nuova generazione di Askatasuna. (La Stampa)
Nel marzo 2026 la Corte d’Appello di Torino l’ha condannata a cinque mesi e dieci giorni per i disordini avvenuti nel febbraio 2022 davanti alla sede dell’Unione Industriale durante una manifestazione studentesca. In quel caso i giudici d’appello avevano accolto la ricostruzione della procura sul ruolo svolto dalla giovane durante gli scontri. (La Stampa)
A giugno è arrivata inoltre una condanna in primo grado nell’ambito del processo per gli incidenti del 9 gennaio 2025 durante il corteo organizzato a Torino per Ramy Elgaml: Munari figura tra gli otto militanti condannati per quella manifestazione, degenerata negli scontri davanti al commissariato Dora Vanchiglia e alla caserma dei carabinieri di piazza Carlina. (La Stampa)
La pronuncia della Cassazione riguarda però esclusivamente il diverso procedimento cautelare legato agli episodi dell’autunno 2025 e non costituisce un giudizio sulla responsabilità per i fatti contestati. Stabilisce, invece, che allo stato delle valutazioni cautelari le restrizioni già disposte rappresentano per i giudici il punto proporzionato tra le esigenze indicate dall’accusa e la tutela della libertà personale dell’indagata.