L’esodo giuliano-dalmata non è stato un “incidente della storia” né una semplice conseguenza collaterale della Seconda guerra mondiale. È stato un fenomeno di espulsione sistematica della popolazione italiana dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, accompagnato da violenze, intimidazioni e repressione politica. Per decenni, questa vicenda è stata minimizzata, distorta o apertamente rimossa dalla storiografia e dal dibattito pubblico italiano, soprattutto per ragioni ideologiche. Il risultato è una memoria nazionale mutilata, in cui le vittime sono state colpevolizzate e i carnefici giustificati o taciuti.
Tra il 1943 e il 1956, circa 300.000 italiani furono costretti ad abbandonare le loro case nei territori del confine orientale. La causa principale non fu una generica “paura del comunismo”, come spesso si è tentato di sostenere, ma un preciso progetto politico della Jugoslavia di Tito: eliminare la presenza italiana per consolidare il controllo territoriale e nazionale sull’area. Le foibe, le esecuzioni sommarie, gli arresti arbitrari e le deportazioni nei campi jugoslavi non furono episodi isolati o frutto di vendette spontanee. Furono strumenti di terrore politico. Colpivano non solo fascisti o collaborazionisti, ma funzionari civili, insegnanti, sacerdoti, contadini, operai, donne e anziani colpevoli unicamente di essere italiani o di non aderire al nuovo ordine comunista. La violenza aveva una funzione chiara: spingere la popolazione all’esodo.
A ciò si aggiunsero la confisca delle proprietà, la repressione delle libertà civili, l’imposizione forzata della cittadinanza jugoslava e la cancellazione dell’identità culturale italiana. In questo contesto, parlare di “libera scelta” degli esuli è una mistificazione storica. Chi partì lo fece perché restare significava rinunciare alla propria identità o rischiare la persecuzione.
Quando gli esuli arrivarono in Italia, trovarono uno Stato impreparato, spesso ostile e talvolta apertamente sprezzante. Furono sistemati in campi profughi fatiscenti, dove rimasero per anni, dimenticati dalle istituzioni e trattati come un problema da gestire, non come cittadini da tutelare. Le condizioni di vita erano umilianti, e l’integrazione sociale lenta e dolorosa.
Ma l’aspetto più grave fu l’atteggiamento politico e culturale. Gli esuli non furono solo abbandonati: furono delegittimati. Il loro racconto disturbava la narrazione dominante del dopoguerra, fondata sul mito della Resistenza come evento moralmente puro e privo di zone d’ombra. Ricordare le violenze jugoslave significava incrinare questo racconto e mettere in discussione alleanze ideologiche considerate intoccabili. Il ruolo del Partito Comunista Italiano in questa vicenda è centrale e profondamente controverso. Per anni, il PCI sostenne apertamente Tito e il progetto jugoslavo, subordinando gli interessi nazionali e la difesa degli italiani dell’Adriatico orientale alla fedeltà ideologica internazionale. Le foibe furono negate, ridimensionate o giustificate come “necessarie epurazioni”. Gli esuli, che fuggivano dal paradiso comunista, vennero spesso etichettati come fascisti, reazionari o provocatori, una semplificazione brutale che serviva a zittire ogni critica. Questo atteggiamento non fu solo una posizione politica: ebbe conseguenze concrete sulla vita delle persone, contribuendo al loro isolamento sociale e alla rimozione del loro dramma dalla memoria collettiva. Anche il ruolo di una parte dei partigiani italiani merita una valutazione critica. Alcune formazioni operarono in collaborazione con i partigiani jugoslavi, accettandone obiettivi e metodi, inclusa la repressione della popolazione italiana non allineata. Questo non significa delegittimare l’intera Resistenza italiana, ma rifiutare una visione agiografica che nega responsabilità e complicità con le “armate” titine.
L’esodo giuliano-dalmata è una ferita aperta perché non è stato davvero elaborato. Troppo spesso è stato ridotto a polemica politica o strumentalizzato, invece di essere affrontato come una tragedia nazionale. Riconoscere che vi fu una forma di pulizia etnica, ammettere le responsabilità del regime jugoslavo e denunciare i silenzi complici della politica italiana non significa riscrivere la storia, ma finalmente leggerla senza filtri ideologici. Purtroppo ancora oggi un revisionismo ideologizzato porta al più bieco negazionismo da parte di una certa sinistra italiana. Il Giorno del Ricordo nasce proprio dal mancato riconoscimento di una sofferenza che non trovò spazio né nella diplomazia né nella memoria pubblica per decenni. Non è una ricorrenza contro qualcuno, ma il richiamo a una verità storica complessa. Fare memoria dell’esodo è un atto di giustizia.