Askatasuna, dopo le ambiguità, il «fuoco amico» su Avs e Lo Russo

I dem Fassino e Violante attaccano i giustificazionismi. Forza Italia difende Questura e Prefettura e condanna il bavaglio del sindaco

Carlo Santori 03/02/2026
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La linea scelta dal sindaco del Comune di Torino Stefano Lo Russo all’indomani degli scontri di sabato segna un punto di rottura politico e istituzionale che va ben oltre la gestione dell’ordine pubblico.

Davanti al Consiglio Comunale, il primo cittadino ha puntato il dito contro Questura, Prefettura e Governo, chiamando in causa presunte falle nella gestione della sicurezza e accusando le opposizioni di 'strumentalizzare' quanto accaduto durante il corteo per Askatasuna. Una scelta che ha immediatamente acceso lo polemica e che, nei fatti, ha prodotto un ribaltamento delle responsabilità: dalle violenze di piazza alle istituzioni chiamate a prevenirle.

Una postura che ha trovato la sponda politica di Avs, impegnata a difendere la narrazione del «corteo pacifico rovinato da infiltrati», mentre in città montava la polemica per l’aggressione agli agenti e per le devastazioni nel centro urbano. Ma quella narrazione, già fragile, è stata clamorosamente smentita da chi quella galassia la abita e la rappresenta.

A poche ore di distanza, InfoAut, organo ufficiale dell’area antagonista e dell’Autonomia, ha pubblicato un testo dal titolo pomposo quanto rivelatore: «Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito». Non una presa di distanza, non una condanna. Al contrario: una rivendicazione politica e materiale di quanto accaduto a Torino. Dentro quelle righe c’è tutto ciò che smonta definitivamente la favola degli «inermi manifestanti» e degli «incidenti isolati»: la violenza viene rivendicata come scelta consapevole, come pratica politica, come atto legittimo contro lo Stato e i suoi simboli. Altro che infiltrati. Altro che deviazioni.

È qui che il dibattito torinese incrocia una memoria storica più profonda, evocata con durezza da Piero Fassino, che ha parlato apertamente di immagini capaci di richiamare alla mente gli anni Settanta e la stagione del terrorismo. Non per sovrapporre fenomeni diversi, ma per ricordare una verità elementare: le motivazioni di chi usa la violenza politica non cambiano con le generazioni. Cambiano i contesti, non la logica. E verso quella logica – ha ammonito Fassino – non possono esserci ambiguità, né mezze misure, né contiguità giustificazioniste.

Sulla stessa linea, pur con toni più analitici, Luciano Violante ha smontato l’idea di una presunta 'zona grigia' borghese indulgente, ricordando come sia stato proprio Askatasuna a rompere ogni patto, a perdere ogni credibilità, a trasformarsi da soggetto politico a organizzazione che pratica sistematicamente lo scontro violento. E ha messo in guardia da una tentazione antica di certa sinistra: pensare di poter 'stare dentro' questi movimenti per governarne le degenerazioni. Un’illusione, ha detto. Smentita dai fatti.

Anche il giornalista Antonio Caprarica sbotta su La7, chiosando che a un corteo come quello di Askatasuna non si va senza sapere come finirà. Chi vi partecipa, dice, richiamando le parole di Violante, non può dirsi ingenuo: o è irresponsabile oppure accetta consapevolmente il rischio della violenza.

Esclusa l’ipotesi dell’imbecillità, resta la responsabilità politica e morale di chi era in piazza. Per Caprarica, se la sinistra vuole tornare a governare deve chiarire che l’ordine pubblico democratico è un valore non negoziabile, ricordando la lezione di Berlinguer e la distanza netta che il Pci seppe mantenere dagli autonomi. Askatasuna, conclude, non ha nulla a che vedere con i diritti democratici: in Italia non c’è spazio per squadristi, né di destra né di sinistra.

A rendere ancora più netto il quadro è arrivato infine l’attacco frontale di Forza Italia. In una nota durissima, il senatore Roberto Rosso e il segretario cittadino Marco Fontana accusano Lo Russo di aver scelto la via dello scontro istituzionale per coprire le proprie responsabilità politiche:

«Invece di ringraziare le Forze dell’ordine che hanno arginato l’orda di delinquenti, difesi e coperti dai suoi alleati, il sindaco ha attaccato Questura, Prefettura e Governo. Chiedeva postura istituzionale agli altri, ma si è comportato da ultrà da stadio, brandendo bavaglio e museruola contro le opposizioni. Siamo al ribaltamento totale delle responsabilità: una ulteriore 'martellata' ideale al senso delle istituzioni, dopo quelle fisiche subite dai tutori dell’ordine da parte di quella cricca di Askatasuna che continua ostinatamente a difendere per non perdere il suo scranno».

Per Forza Italia, il nodo politico è ormai esplicito: Torino sarebbe «sotto ricatto di Avs», mentre il Pd continuerebbe a giocare una partita ambigua su Askatasuna, salvo essere smentito proprio dalla rivendicazione di InfoAut. Un corto circuito che, secondo gli azzurri, ha fatto saltare ogni residua copertura narrativa. E che pone una domanda non più eludibile: «da che parte sta chi governa la città quando la violenza viene rivendicata apertamente come strumento politico?»

Torino, oggi, non è solo il teatro di scontri di piazza. È il luogo in cui si misura la tenuta di una cultura democratica incapace – o non disposta – a tracciare una linea netta tra conflitto politico e violenza organizzata. E quella linea, sabato scorso, non l’hanno varcata solo i manganelli e le spranghe.

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