La manifestazione per la difesa della sanità pubblica andata in scena a Torino, nata con l’obiettivo dichiarato di denunciare liste d’attesa, carenza di personale e difficoltà della medicina territoriale, ha finito per aprire una frattura profonda proprio all’interno del mondo sanitario e sindacale piemontese. Più che un fronte compatto a sostegno della sanità pubblica, la marcia promossa dal Comitato per il diritto alla tutela della salute e alle cure — sostenuta in particolare dalla Cgil — ha evidenziato divisioni, distinguo e accuse reciproche di politicizzazione.
Se in piazza sono scesi comitati, associazioni e operatori sanitari per denunciare le criticità del sistema regionale, fuori dalla manifestazione diverse sigle hanno preso apertamente le distanze, contestando soprattutto l’impostazione politica dell’iniziativa.
Tra le prese di posizione più nette c’è quella di Cimo Medici Piemonte. Il sindacato dei medici ospedalieri, attraverso il segretario regionale Vladimir Erardi Bacic, aveva già annunciato nei giorni precedenti la scelta di non aderire alla mobilitazione. Una decisione motivata dalla convinzione che la sanità pubblica debba restare «su un piano istituzionale, professionale e trasversale, lontano da logiche di appartenenza politica o contrapposizione ideologica».
Una posizione che fotografa un malessere diffuso in parte del mondo sanitario piemontese. Secondo Cimo, infatti, il rischio è che il tema della salute pubblica venga trasformato in terreno di scontro politico, perdendo quella dimensione unitaria che dovrebbe caratterizzare il dibattito sulla sanità.
«La sanità pubblica rappresenta un valore comune che coinvolge cittadini, professionisti e istituzioni e, proprio per questo, necessita di un confronto ampio, equilibrato e realmente rappresentativo, capace di unire e non di dividere», ha sottolineato il sindacato nella nota diffusa alla vigilia della manifestazione.
Cimo richiama anche il ruolo dell’Ordine dei Medici di Torino, chiedendo che il confronto rimanga «autonomo e super partes», senza sovrapposizioni con dinamiche politiche o sindacali.
Critiche molto simili sono arrivate anche dalla Cisl Piemonte. Il segretario generale Luca Caretti ha parlato apertamente di una manifestazione costruita «attorno a logiche che somigliano più a un progetto politico che a una vertenza sindacale».
«Sabato non saremo in piazza perché non condividiamo la natura e lo spirito della manifestazione», ha spiegato Caretti. «Quando una sigla sindacale come la Cgil decide di procedere per conto proprio, costruendo una piattaforma autonoma, la Cisl non può e non vuole farne parte».
Parole che certificano una distanza ormai evidente tra le principali organizzazioni sindacali sul modo di affrontare la crisi della sanità piemontese. Nessuno nega i problemi. Anzi. Le criticità vengono riconosciute da tutte le sigle: liste d’attesa, carenza di personale, difficoltà della medicina territoriale, ritardi sulle Case di Comunità finanziate dal Pnrr.
Ma il nodo riguarda il metodo.
«I problemi della sanità piemontese sono reali e gravi», ammette Caretti, che però aggiunge: «Secondo noi non si risolvono in piazza, ma al tavolo, con le istituzioni e attraverso il confronto».
Anche la Uil Fp ha scelto di non partecipare. E anche in questo caso le motivazioni parlano di una deriva politico-elettorale della protesta. Il segretario generale Nazzareno Arigò definisce la propria organizzazione «libera, laica e riformista» e spiega che la Uil «rifiuta iniziative caratterizzate da un’impostazione politico-elettorale che rischiano di trasformare il diritto alla salute in un terreno di scontro ideologico».
Una critica che si accompagna però a un’analisi molto dura sullo stato attuale del sistema sanitario piemontese. Arigò parla di Case di Comunità aperte senza personale sufficiente, strutture avviate «con organici non stabilizzati ed insufficienti» e di una sanità territoriale che rischia di reggersi sulla «logica della coperta corta».
Secondo i dati Agenas e della Fondazione Gimbe, il Piemonte continua infatti a soffrire soprattutto sul fronte della medicina territoriale e delle liste d’attesa, mentre il personale sanitario resta sotto pressione nonostante il calo post-pandemico dei ricoveri Covid. La stessa Corte dei Conti, negli ultimi report regionali, ha evidenziato criticità nella sostenibilità futura delle strutture finanziate dal Pnrr.
In questo clima la manifestazione torinese, anziché compattare il fronte della difesa della sanità pubblica, sembra avere accentuato le divisioni interne tra sindacati, ordini professionali e rappresentanze dei medici.
Da una parte chi considera necessario mantenere alta la mobilitazione pubblica contro il progressivo indebolimento del sistema sanitario nazionale. Dall’altra chi teme che il disagio reale di pazienti e operatori venga utilizzato come leva politica, con il rischio di radicalizzare ulteriormente il confronto.
Il risultato è una sanità piemontese che appare oggi attraversata non solo da problemi strutturali — carenza di personale, tempi di attesa, sostenibilità economica — ma anche da una crescente frammentazione nel modo di rappresentarli e affrontarli.
E mentre il dibattito si polarizza, i problemi quotidiani di cittadini e operatori restano tutti sul tavolo.