Piemonte, un posto di lavoro su tre resta scoperto

Mancano oltre 108 mila candidati in tutta la regione: un freno per la crescita del territorio. L’allarme di Confartigianato

Loredana Polito 18/06/2026
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In Piemonte il lavoro c’è, ma spesso mancano le persone per svolgerlo. È il paradosso che emerge dai dati sul mercato occupazionale regionale del 2025, dove quasi un colloquio su tre non arriva alla fase dell’assunzione per l’assenza di candidati. Un fenomeno che continua a pesare sulle imprese, in particolare quelle artigiane, già alle prese con rincari, incertezze economiche e difficoltà di accesso al credito.

Secondo le rilevazioni, la quota di difficoltà nel reperimento del personale dovuta alla mancanza di candidati raggiunge il 32,4 per cento. Tradotto in numeri, significa che a fronte di 335.010 ingressi programmati nel mondo del lavoro, ben 108.472 posizioni rischiano di restare scoperte. Un dato che colloca il Piemonte al settimo posto nella graduatoria nazionale delle regioni più colpite dal fenomeno, al di sopra della media italiana che si attesta al 30,2 per cento. In cima alla classifica si trova la Valle d’Aosta, dove la percentuale sale al 39,5 per cento.

La situazione presenta differenze significative anche all’interno del territorio regionale. A guidare la graduatoria delle province più in difficoltà è Alessandria, dove il 37,1 per cento delle assunzioni previste incontra ostacoli legati all’assenza di candidati. Su 31.880 ingressi programmati, quasi 12 mila figure risultano irreperibili. Seguono il Verbano-Cusio-Ossola con il 35,4 per cento, Cuneo con il 35 per cento e Biella con il 34,3 per cento.

Anche Novara registra valori elevati, attestandosi al 34,1 per cento. Poco sotto si collocano Vercelli con il 33,1 per cento e Asti con il 32 per cento. Torino, pur facendo segnare la percentuale più bassa tra le province piemontesi considerate, resta il territorio con il numero assoluto più elevato di lavoratori mancanti: oltre 50 mila posizioni non trovano infatti candidati adeguati rispetto alle 167.520 assunzioni previste.

Il problema investe in modo particolare alcuni comparti produttivi. Le costruzioni sono il settore che registra le maggiori difficoltà, con il 39 per cento delle figure professionali richieste che non viene reperito. Seguono il comparto del legno e dell’arredo con il 35,2 per cento e le aziende dei servizi multiutility, tra cui acqua, energia e gas, che si avvicinano al 35 per cento. Anche i servizi alla persona mostrano criticità rilevanti, con una quota del 31,5 per cento.

Per il sistema economico piemontese il tema assume una rilevanza strategica. Le imprese artigiane della regione occupano infatti 210.549 lavoratori, pari al 14,6 per cento dell’occupazione complessiva. Un peso importante, che si riflette anche sulla produzione di ricchezza: il comparto genera il 9,6 per cento del valore aggiunto regionale e rappresenta l’8,8 per cento del totale nazionale dell’artigianato.

Eppure, nonostante questi numeri, il reperimento delle professionalità necessarie continua a rappresentare uno dei principali ostacoli allo sviluppo. Le aziende segnalano da anni una crescente difficoltà nel trovare personale qualificato, soprattutto nei mestieri tradizionali e nelle professioni tecniche. Una tendenza che rischia di rallentare investimenti, innovazione e ricambio generazionale.

Per Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte, il nodo centrale non è soltanto demografico. Alla base della carenza di lavoratori vi sarebbe soprattutto una questione culturale. «Occorre che le famiglie tornino a educare i figli al lavoro come fondante della propria crescita e base della fiducia in sé stessi. Saper fare è la chiave del benessere», afferma.

Secondo Felici, negli ultimi anni si sarebbe progressivamente indebolito il valore attribuito alle competenze pratiche e professionali. Una trasformazione che avrebbe contribuito ad allontanare molti giovani dai percorsi tecnici e artigianali, proprio mentre le imprese continuano a richiedere figure specializzate.

«Il lavoro c’è, la difficoltà è trovare le figure», sottolinea ancora il presidente di Confartigianato Piemonte. «Mancano soprattutto lavoratori negli ambienti tradizionali: edilizia, costruzioni, muratori, idraulici, serramentisti. Ma mancano anche competenze legate alla digitalizzazione. Nelle scuole non si insegna più la cultura del lavoro da molti anni. Abbiamo bisogno di tecnici, di professionalità e di rafforzare il rapporto tra imprenditori e istituti professionali».

È una sfida che riguarda non soltanto il presente delle aziende, ma anche il futuro del territorio piemontese. Perché senza competenze adeguate e senza nuove generazioni disposte a intraprendere percorsi professionali qualificati, il rischio è che migliaia di opportunità restino sulla carta, mentre le imprese continuano a cercare lavoratori che non riescono a trovare.

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