Gli italiani sono chiamati alle urne per il referendum sua "giustizia", così come malamente si dice. I comitati del “SI” e del “NO”, ed i loro sodali, accusano gli avversari di ogni possibile nefandezza morale e politica, rendendo ancora più settaria e partigiana la scelta. Non pare impossibile che alcune frange della magistratura minaccino "vendetta" verso gli esponenti del “SI”, indipendentemente dal risultato della consultazione. A limitare la questione nei suoi aspetti tecnici e letterali poco si comprenderebbe. E’ certo che questa riforma non porterà a nessun vero beneficio per la gestione “spicciola” della giustizia. In gioco non sono le regole per il passaggio tra carriera “giudicante” o “inquirente”, ed il funzionamento della giustizia tra i vari organismi di gestione. In gioco - ed in questo l’Anm ha ragione - vi è il “potere”. Presupposto cardine è il principio che il potere, qualunque potere, tende a travalicare se stesso, cerca sempre di espandere la sua sfera d’azione. Il concetto stesso non ammette limiti. Esso è! Hume ci ricorda che: “l’ambizione degli uomini è tanto grande che non sono mai soddisfatti del potere che hanno e, se un gruppo di uomini di un determinato grado sociale, perseguendo il proprio particolare interesse, può usurpare il potere di ogni altro gruppo, certamente lo farà, rendendo così il proprio potere assoluto e senza controlli”. Queste parole trovano facile sponda nella celebre affermazione di Edmund Burke che, in un suo intervento alla Camera dei Comuni nel 1771 disse: “ Più grande è il potere, più pericoloso è il suo abuso”. Le società liberal-democratiche crearono, come anticorpo alla tirannide del potere, la separazione dello stesso nelle tre branche a tutti note. Nelle società evolute questi poteri “spezzettati”, sono, a loro volta, condizionati da un sistema di controlli e bilanciamenti reciproci. La cosa è immediata tra i poteri “politici”, se non altro perché l’estremo giudizio e controllo è lasciato al corpo elettorale, preposto alla verifica della performance degli organismi. In Italia – che tanto evoluta non è – il principio dell’autonomia della Magistratura, corretto e doveroso (sulla carta) , trova, nell’autogoverno della stessa, il più fiero ostacolo al controllo ed al limite al suo potere. Si potrebbe obiettare che nella sua saggezza super partes essa ha creato i meccanismi di controllo… Si vabbe’. L’adagio popolare “cane non mangia cane” bene esprime i limiti di questo autocontrollo. D’altronde i latini, che sul potere la sapevano lunga, dicevano: “Senatores boni viri, Senatus atque mala bestia”. La difesa a spada tratta che - in un indimenticabile intervento televisivo - fece Bruno Tinti dei giudici che, in primo grado, condannarono Tortora (tutti premiati con folgoranti carriere) con le allocuzioni: “la verità giudiziaria non è una verità storica” e “chi può dire che non avesse ragione il giudice che condannò Tortora e che a sbagliare non siano stati i giudici di secondo grado e di cassazione?”, era la dimostrazione che il sistema, cioè l’ordine, cioè il potere, deve dare di se una immagine di compattezza e di perfezione, “al di là di ogni ragionevole dubbio”. La Magistratura non sbaglia, essa possiede il crisma dell’infallibilità. Questo atteggiamento, indefessamente corporativo, della magistratura ha, in Italia, una lunghissima tradizione che può essere fatta risalire già ai tempi di Bartolo da Sassoferrato e di Baldo degli Ubaldi (xiv sec). In un suo intervento al “Festival della politica” (20 agosto 2025 Portofino) Francesco di Donato, dell’Università Federico II, disse letteralmente (il contributo può essere ascoltato su Radio Radicale) che “il diritto italiano è contro lo Stato”. L’Autore continuò: “I giudici italiani utilizzano il diritto pro domo propria. In Francia, in Inghilterra ed in America i magistrati sono giuristi di Stato, cioè tecnici al servizio della res publica”. Per essere onesti il richiamo alla pro domo propria non deve essere intesa – si spera - come un interesse specifico ed oggettivo (anche se questo non può essere escluso aprioristicamente, vista la volubilità dell’essere umano), ma come l’affermazione di una propria weltangshauung morale; poco conta che la sua interpretazione stravolga la legge stessa. A contare non è questa, ma un astratto ed autoreferenziale senso del “diritto”. Non poche indagini ed alcune sentenze - talvolta verso migranti, ai quali si riconosceva l’attenuante del retaggio culturale, altre verso appartenenti a movimenti antagonisti ecc. - videro una l’applicazione “forzata” della norma, fino al suo stravolgimento. A sostegno di questa tesi Di Donato ricorda che Paolo Grosso, giunto sino alla carica di presidente della Corte Costituzionale (2016 – 2018), e la sua sentenza 35/2017 sul sistema elettorale della Camera (Italicum). Nelle motivazioni della sentenza è riportato che il diritto positivo non dava alla corte il potere di entrare così in profondità nel merito di una legge elettorale (legge politica per eccellenza), ma che era necessario portare sotto il controllo della giurisdizione il sistema elettorale. In altri termini un vero e proprio colpo di stato istituzionale. Con quella sentenza l’“ordine” prese la medesima sostanza del “Consiglio dei Guardiani della Costituzione” iraniano. Dalle accorate parole dell’accademico napoletano, peraltro uomo di sinistra, la Magistratura appare come una istituzione “democratica”, perché costituzionale, ma profondamente “illiberale”, perché priva di ogni controllo esterno ad essa. Forse questo è inevitabile, ma non fa bene al paese. Quindi ben venga questa dannata “legge Nordio”. Questo è giusto perché in una democrazia liberale non può esistere un potere che risponda solo a se stesso, ma che si arroghi il diritto di sindacare ogni aspetto dell’azione degli altri poteri. La Magistratura non deve trasformarsi in una istituzione para-“politica”, anche se la sua funzione non può prescindere dal suo legame con la πόλις. Quest’ordine, per riacquistare credibilità ed eleganza, deve iniziare una processo di “dimagrimento”. Come diceva Armani: “Less is more”.