Centoventi anni di storia, ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro.
L’assemblea dell’Unione industriali Torino celebra l’anniversario della fondazione e ribadisce che la crescita della città passa dalla capacità di fare sistema, investire nell’innovazione e offrire nuove prospettive alle giovani generazioni.
A lanciare la sfida è il presidente Marco Gay, che propone un patto condiviso tra imprese, istituzioni, università, parti sociali e società civile.
«Verso la nostra comunità noi tutti abbiamo una responsabilità. Facciamo, insieme, un Patto per la città», afferma Gay, indicando la necessità di definire obiettivi chiari, risorse, tempi e risultati verificabili. Una responsabilità collettiva che, secondo il presidente, deve tradursi in impegni concreti e misurabili.
Le radici dell’associazione risalgono al 1906, quando oltre 200 imprenditori fondarono la Lega industriale, primo nucleo di quella realtà da cui nel 1910 sarebbe nata anche Confindustria. Una storia che ha accompagnato le trasformazioni economiche del territorio e che oggi si confronta con le sfide della transizione tecnologica, della competizione internazionale e del ricambio generazionale.
All’assemblea hanno partecipato oltre 700 imprenditrici e imprenditori del sistema confindustriale piemontese, insieme al presidente di Confindustria Emanuele Orsini, al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, al sindaco del Comune di Torino Stefano Lo Russo e al vicepresidente della Regione Piemonte Maurizio Marrone, affiancato dall’assessore alle Attività produttive Andrea Tronzano. Al termine dei lavori sono state premiate le 17 aziende associate fin dalla fondazione.
«Il futuro di Torino e quello dell’industria sono indivisibili», sottolinea Gay. La diversificazione produttiva, spiega, dovrà accompagnare l’automotive, comparto strategico per l’occupazione, l’indotto e il posizionamento industriale del territorio, valorizzando al tempo stesso la pluralità di settori che da oltre un secolo convivono nel sistema produttivo torinese.
Tra le priorità figurano le infrastrutture, a partire dalla Tav Torino-Lione. «Sono opere necessarie, già progettate e, in molti casi, finanziate. Basta rispettare gli impegni e avere tempi chiari e certi. È una questione di fiducia», osserva il presidente, richiamando la necessità di dare continuità alle decisioni e certezza agli investimenti.
Un altro motore di sviluppo è il trasferimento tecnologico, soprattutto in comparti ad alto valore aggiunto come l’aerospazio, che a Torino genera un fatturato di 7 miliardi di euro e rappresenta il 50% dell’export del Nord Italia nel settore.
Fondamentale, in questa prospettiva, il contributo delle università. Gay auspica sportelli dedicati alle piccole e medie imprese, contratti di ricerca più semplici e rapidi, dottorati industriali, tirocini e percorsi che favoriscano l’ingresso dei ricercatori nelle aziende. L’obiettivo è trasformare la collaborazione tra ricerca e impresa in un’opportunità concreta per trattenere i talenti e offrire ai giovani la possibilità di costruire qui il proprio futuro.
Il tema generazionale attraversa l’intervento del presidente anche sul fronte fiscale e occupazionale. «Non vogliamo una competizione sleale tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra imprese. Vogliamo un’industria che cresca insieme a chi ci lavora», afferma Marco Gay, richiamando l’ambizione dei fondatori del 1906 e la necessità di mantenerne viva l’eredità.
Da qui la richiesta di riequilibrare il carico fiscale, che oggi grava su dipendenti e pensionati, e le riserve sull’ampliamento dei regimi di flat tax per le partite Iva e i lavoratori autonomi. Secondo Gay, queste misure rischiano di alimentare la precarietà e di produrre conseguenze negative anche sulle prospettive previdenziali delle nuove generazioni. «È una strategia dal respiro corto», avverte.
La questione riguarda anche l’Europa, considerata una dimensione decisiva per la competitività industriale. Ma il progetto europeo, osserva il presidente, deve ritrovare forza e credibilità anche attraverso la responsabilità di chi ne sostiene i valori. «Se il sogno europeo non attrae è perché non ci crediamo abbastanza», spiega.
Netta anche la contrarietà a un ritorno al protezionismo. Le imprese che investono e innovano devono poter competere in mercati aperti, con regole trasparenti e uguali per tutti. «Chiudersi significa perdere le occasioni di crescita che vogliamo difendere», avverte Gay, mettendo in guardia dalla tentazione di sostituire alla concorrenza nuove barriere.
Innovazione, industria, istruzione e infrastrutture. Sono le quattro direttrici della strategia di politica industriale che Gay indica come essenziali per il futuro del territorio. Una visione che guarda soprattutto all’intelligenza artificiale e alla capacità di trasferirne il potenziale nella produzione manifatturiera.
«Bisogna pensare fuori dagli schemi: chi è alla frontiera dell’innovazione sta vivendo un futuro che oggi noi neanche vediamo», afferma il presidente, indicando nella Physical AI, l’intelligenza artificiale applicata al mondo fisico e ai processi produttivi, una delle principali opportunità per Torino.
La sfida non si giocherà sui volumi, dove Stati Uniti e Cina dispongono di una scala difficilmente raggiungibile, ma sulla qualità, sulla robotica per ambienti complessi, sulle soluzioni personalizzate e sull’intelligenza integrata nei prodotti. È qui, secondo Gay, che il sistema industriale italiano può costruire la propria autonomia strategica e difendere la propria sovranità tecnologica.
Per riuscirci, però, servono anche le infrastrutture digitali. «Sui data center non possiamo permetterci di dire no», sostiene Gay, precisando che dovranno essere realizzati tenendo conto dell’impatto ambientale. Rinunciare a queste strutture, avverte, significherebbe rischiare di restare ai margini dei processi di innovazione.
È sui giovani che si concentra una delle parti più significative della relazione. «Sono la speranza del Paese. Senza giovani non c’è innovazione, non c’è ricambio, non c’è futuro per le nostre imprese», afferma Gay. Eppure, molti lasciano l’Italia per cercare stipendi iniziali più elevati e percorsi professionali più stimolanti.
Accanto a chi parte, esiste però una fascia di giovani che incontra difficoltà ancora più profonde: ragazze e ragazzi che abbandonano precocemente la scuola, vivono nelle periferie e arrivano tardi al lavoro, spesso attraverso una successione di contratti brevi e discontinui. Una condizione che incide non soltanto sul presente, ma anche sulle future pensioni, perché ogni vuoto contributivo può tradursi in una prestazione previdenziale più bassa.
«Di tutti loro parliamo troppo, per loro facciamo decisamente troppo poco», denuncia il presidente, chiedendo un impegno più incisivo per ampliare le opportunità e contrastare le disuguaglianze. La capacità di trattenere i talenti, dunque, deve procedere insieme a quella di non lasciare indietro chi rischia di restare escluso.
In chiusura, il presidente Gay affronta anche il tema della violenza, condannando gli scontri della settimana scorsa: «Con quella violenza non saremo mai né comprensivi, né tolleranti».
A conclusione dei lavori, Gay ha chiamato sul palco sei ex presidenti dell’Unione Industriali Torino per premiare le aziende che sono associate sin dal 1906. Si tratta di: Ahlstrom Italia, Becchis Osiride, Elantas Europe (già Albesiano), Faiveley Transport Italia, Ferrino & C., Francesco Lavaggi & Figlio, Giovanni Ambrosetti Autologistica, Italgas, Lanificio di Torino, Lindt & Sprüngli (già Caffarel), Martin Bauer (già Ulrich), Martini & Rossi, Michelin italiana, Skf Industrie, Sta-Società Tecnologie Avanzate, Tessitura Bosio, Vincenzo Bona.