Piemonte, oltre 78 mila studenti con cittadinanza non italiana

Torino concentra più della metà delle presenze regionali e si colloca al terzo posto nazionale

Eliana Puccio 21/09/2026
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Nelle scuole piemontesi cresce il peso degli studenti con cittadinanza non italiana, una presenza ormai strutturale che contribuisce a contenere gli effetti del calo demografico. Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Ismu, sono 78.039 gli alunni stranieri iscritti negli istituti della regione. Il Piemonte si colloca al quinto posto in Italia, dopo Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Lazio.

Il dato assume particolare rilevanza nell’area torinese. Con 39.465 studenti non italiani, Torino si posiziona al terzo posto nazionale dopo Milano, che ne conta 79.039, e Roma, con 63.782. Numeri che descrivono una scuola sempre più multiculturale, chiamata a misurarsi con l’apprendimento dell’italiano, l’orientamento e il contrasto della dispersione scolastica.

A livello nazionale gli alunni con cittadinanza non italiana sono 931.323, pari all’11,6% degli oltre otto milioni di iscritti. L’incidenza raggiunge il 13,7% nella primaria e scende all’8,6% nelle secondarie di secondo grado. Quasi due su tre, il 65,2%, sono però nati in Italia: oltre 607mila ragazzi che hanno frequentato fin dall’infanzia il sistema scolastico italiano, pur continuando a essere classificati sulla base della cittadinanza.

La loro presenza ha limitato il calo della popolazione scolastica. Secondo l’Idos, negli ultimi undici anni gli studenti con cittadinanza straniera sono aumentati del 16%, mentre gli italiani sono diminuiti del 12,5%. Nello stesso periodo il totale degli alunni è passato da quasi nove a circa otto milioni, con una contrazione del 9,9%.

Restano divari significativi nei percorsi e nei risultati. Il rischio di dispersione implicita raggiunge il 22,5% tra gli alunni stranieri, contro l’11,6% degli italiani. Nelle prove Invalsi di terza media lo svantaggio arriva a 22,6 punti in italiano e a 13,5 in matematica. Proseguendo gli studi, la distanza in matematica tende ad annullarsi, mentre rimane quella nella conoscenza dell’italiano. Nelle prove di inglese, al contrario, gli studenti con background migratorio ottengono spesso risultati migliori.

Anche le scelte scolastiche mostrano una distanza, sebbene sia aumentata la presenza degli studenti stranieri nei licei, soprattutto tra quelli nati in Italia. Dopo le medie oltre la metà degli alunni italiani pensa di iscriversi a un liceo, mentre la percentuale si ferma al 38,3% tra gli stranieri. Questi ultimi continuano a concentrarsi negli istituti tecnici e professionali: secondo Ismu, il liceo raccoglie il 31% degli iscritti non italiani, contro il 52% degli italiani.

La metà degli studenti stranieri appartiene alle cinque cittadinanze più rappresentate: romena, albanese, marocchina, cinese ed egiziana. Per Torino e il Piemonte la sfida è trasformare una presenza consolidata in integrazione scolastica e sociale. Questi ragazzi sono indispensabili per il futuro del sistema educativo regionale; le differenze nei risultati mostrano però quanto resti da fare sull’italiano, sull’orientamento e contro la dispersione.

Sul tema è intervenuta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, annunciando l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento per fissare per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. Il limite preciso non è stato ancora indicato. La premier ha collegato la misura all’integrazione linguistica e annunciato anche l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori degli alunni stranieri con gravi difficoltà di inserimento scolastico.

Se applicato rigidamente sulla base della cittadinanza, il tetto potrebbe avere conseguenze rilevanti a Torino, dove molti studenti non italiani sono nati e cresciuti nel nostro Paese e parlano già perfettamente italiano. Nei quartieri con una presenza migratoria più concentrata potrebbe rendersi necessario ridistribuire gli iscritti tra istituti, modificare i bacini territoriali e organizzare trasporti verso scuole più lontane. Il rischio sarebbe spostare gli alunni senza intervenire sulle cause delle difficoltà, creando nuove pressioni sulle famiglie e sulle strutture scolastiche.

Se invece il criterio fosse legato alla reale conoscenza dell’italiano e accompagnato da mediatori, corsi intensivi, docenti specializzati e una distribuzione equilibrata, la misura potrebbe evitare classi nelle quali l’inserimento diventa più difficile. A Torino serviranno dati scuola per scuola e risorse aggiuntive. Il principio annunciato da Meloni potrebbe incidere soprattutto nelle periferie: la sua efficacia dipenderà da come verranno distinti i ragazzi appena arrivati da quelli che, pur formalmente stranieri, sono italiani per nascita, formazione e vita quotidiana.

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