Il Mauriziano entra nell’élite mondiale della ricerca sul cuore

Sul New England Journal of Medicine il trial Tavi Pci. Musumeci unico italiano nello Steering Committee e Torino primo centro nazionale per pazienti arruolati

Felicia Bello 31/08/2026
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Prima curare le coronarie e poi intervenire sulla valvola aortica oppure invertire l’ordine e dare la precedenza alla Tavi? È una domanda tutt’altro che accademica per i cardiologi che ogni giorno devono trattare pazienti, spesso anziani e fragili, nei quali alla stenosi aortica severa si associa una malattia coronarica. Ora una risposta arriva da un grande studio europeo che vede Torino e l’ospedale Mauriziano tra i protagonisti.

Il trial Tavi Pci, presentato all’Esc Congress 2026 di Monaco di Baviera e pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine, indica infatti che eseguire prima l’impianto transcatetere della valvola aortica e affrontare successivamente le coronarie non espone il paziente a risultati clinici peggiori rispetto alla strategia utilizzata più frequentemente fino a oggi.

Un risultato destinato ad alimentare il confronto scientifico e, soprattutto, a modificare il modo in cui viene organizzato il percorso terapeutico di una popolazione di pazienti in continua crescita.

Lo studio ha coinvolto 986 persone in 48 centri europei tra il 2020 e il 2025. Tra gli autori figura Giuseppe Musumeci, direttore della Cardiologia dell’Azienda ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino e unico italiano nello Steering Committee internazionale che ha progettato e guidato il trial. Musumeci ha inoltre coordinato i cinque centri italiani partecipanti, mentre proprio il Mauriziano è risultato quello che nel nostro Paese ha arruolato il maggior numero di pazienti.

La questione affrontata dai ricercatori riguarda uno dei problemi più frequenti nella cardiologia interventistica contemporanea. La stenosi aortica consiste nel progressivo restringimento della valvola che regola il passaggio del sangue dal ventricolo sinistro all’aorta. Quando diventa severa può determinare affanno, dolore toracico, perdita di coscienza e scompenso cardiaco e, senza un trattamento appropriato, può avere conseguenze molto gravi.

La Tavi, acronimo di Transcatheter Aortic Valve Implantation, permette di sostituire la valvola malata attraverso un catetere, generalmente introdotto dall’arteria femorale, evitando l’intervento cardiochirurgico tradizionale a cuore aperto. Nata inizialmente come soluzione per i pazienti considerati troppo fragili o ad alto rischio operatorio, negli anni la procedura ha progressivamente ampliato il proprio campo di applicazione.

Il problema è che una quota rilevante dei candidati alla Tavi presenta contemporaneamente una malattia delle coronarie. In questi casi può rendersi necessaria anche una Pci, l’angioplastica coronarica attraverso la quale l’arteria viene riaperta e, quando indicato, mantenuta pervia mediante uno stent.

Fino a oggi l’approccio più diffuso prevedeva di intervenire innanzitutto sulle coronarie e successivamente sulla valvola. Il Tavi Pci Trial ha messo alla prova proprio questa consuetudine, confrontandola in maniera randomizzata con la sequenza inversa.

I pazienti sono stati quindi assegnati a due differenti percorsi: angioplastica seguita dalla Tavi oppure Tavi seguita dall’intervento coronarico. Il dato centrale emerso a un anno è che la strategia che mette al primo posto la sostituzione della valvola è risultata non inferiore a quella tradizionale rispetto all’insieme dei principali eventi clinici considerati dallo studio.

Non significa che da domani ogni paziente dovrà necessariamente essere sottoposto prima alla Tavi. Il significato clinico è piuttosto quello di liberare gli specialisti da una sequenza considerata quasi obbligata, consentendo all’Heart Team di scegliere l’ordine degli interventi sulla base delle caratteristiche della singola persona, dell’anatomia coronarica, delle condizioni della valvola e del quadro complessivo di rischio.

Una possibilità particolarmente importante in una medicina che tende sempre più verso percorsi personalizzati e che deve confrontarsi con l’aumento dell’età media della popolazione e delle patologie cardiovascolari associate.

«Questo lavoro fornisce evidenze robuste su una questione che incontriamo ogni giorno nella pratica clinica e dimostra quanto la ricerca multicentrica possa tradursi in benefici concreti per i pazienti», sottolinea Musumeci. Per il direttore della Cardiologia, essere parte dello Steering Committee di una ricerca arrivata sulle pagine del New England Journal of Medicine costituisce inoltre «un riconoscimento importante non solo personale, ma soprattutto per il Mauriziano e per la cardiologia italiana».

Il risultato assume così una doppia valenza. Da una parte fornisce nuovi elementi alla comunità cardiologica internazionale su una scelta terapeutica destinata a presentarsi sempre più frequentemente. Dall’altra certifica la capacità di un centro sanitario torinese di entrare non soltanto nella fase di reclutamento dei pazienti, ma nella progettazione e nella governance di una sperimentazione multicentrica internazionale.

Un passaggio importante perché è proprio dai grandi trial randomizzati che arrivano le evidenze utilizzate dalle società scientifiche per costruire o aggiornare le linee guida.

«Quando un ospedale produce conoscenza, migliora anche le cure offerte ai propri pazienti», osserva il direttore generale del Mauriziano Franca Dall’Occo, secondo cui la pubblicazione sul New England Journal of Medicine rappresenta «il massimo livello di riconoscimento scientifico internazionale» e dimostra come ricerca e qualità dell’assistenza siano strettamente collegate.

Alle spalle dell’attività scientifica c’è d’altra parte un volume clinico considerevole. Nel solo 2025 al Mauriziano sono state effettuate 293 Tavi dalla Cardiologia interventistica, alle quali si aggiungono 72 sostituzioni valvolari aortiche eseguite dalla Cardiochirurgia.

In totale sono 365 procedure sulla valvola aortica in dodici mesi. Secondo i dati forniti dall’azienda ospedaliera, il volume colloca il Mauriziano al terzo posto nazionale, alle spalle del Policlinico San Donato Milanese, con 402 procedure, e del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna, con 369.

Numeri che aiutano anche a comprendere perché Torino sia riuscita a ritagliarsi un ruolo nel trial europeo. In cardiologia interventistica, infatti, la ricerca e la pratica clinica procedono sempre più spesso insieme: disporre di un elevato numero di procedure significa acquisire esperienza, costruire équipe multidisciplinari e avere la possibilità di partecipare a sperimentazioni capaci di produrre nuove evidenze.

Ed è questo probabilmente l’aspetto più rilevante del Tavi Pci Trial. Più che stabilire un nuovo automatismo, lo studio mette a disposizione dei cardiologi un’opzione in più. Per i pazienti con stenosi aortica severa e malattia coronarica la domanda non dovrà più essere necessariamente «prima le coronarie e poi la valvola». La sequenza potrà essere decisa caso per caso, sulla base delle condizioni cliniche e delle esigenze del singolo paziente.

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