Il ritorno del trono nella Sala del Trono del Palazzo Reale di Napoli segna la conclusione di un lungo e articolato percorso di studio, restauro e valorizzazione che ha permesso di riscrivere la storia di uno dei simboli più rappresentativi della Reggia. Dopo oltre sedici mesi di assenza, la seduta regale è tornata nella sua collocazione originaria, al termine di un complesso intervento che ha coinvolto istituzioni museali, centri di ricerca, restauratori e partner privati.
A sottolineare il valore culturale e scientifico dell’operazione è stato il Direttore generale Musei, Massimo Osanna, intervenuto alla cerimonia ufficiale di ricollocazione: «Il rientro del Trono al Palazzo Reale di Napoli segna il compimento di un articolato percorso di studio, restauro, ricerca e valorizzazione che ha profondamente rinnovato la conoscenza di questo significativo manufatto». Osanna ha evidenziato come le attività di studio abbiano permesso di chiarire con precisione origine e datazione dell’opera, sottolineando il ruolo attivo dei musei contemporanei: «Questa esperienza conferma come i musei siano oggi luoghi attivi di produzione di conoscenza, in cui studio, conservazione e valorizzazione procedono insieme».
Il trono aveva lasciato Napoli il 12 settembre 2024 per raggiungere il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” di Torino, dove è stato sottoposto a un intervento conservativo durato sette mesi nell’ambito del progetto “Restituzioni” promosso da Intesa Sanpaolo. Durante l’assenza, nella Sala del Trono era stata collocata una seduta borbonica settecentesca.
Determinante, nelle fasi preliminari del restauro, è stata l’ispezione realizzata con tecnologie avanzate grazie al contributo degli scienziati del Cnr. Successivamente, i restauratori hanno applicato protocolli di analisi già utilizzati su manufatti analoghi, tra cui il trono del Palazzo del Quirinale. Parallelamente, gli studi condotti dagli storici dell’arte di Palazzo Reale hanno portato a una scoperta significativa: il trono, tradizionalmente attribuito all’epoca borbonica e datato tra il 1845 e il 1850, è stato in realtà commissionato dai Savoia e liquidato nel 1874. Una revisione storica che sposta in avanti la realizzazione di circa trent’anni, modificando la cronologia del Palazzo e l’interpretazione storica dell’opera.
Dopo il restauro, il trono è stato esposto prima alla Reggia di Venaria, in occasione della preview della ventesima edizione della mostra “Restituzioni”, e successivamente al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove è rimasto visibile al pubblico tra ottobre 2025 e gennaio 2026.
Il ritorno del manufatto ha richiesto anche un importante intervento di ripristino della Sala del Trono. Sono stati restaurati il tappeto su cui poggia la seduta, le fasce laterali della pedana, le mantovane delle tende e il baldacchino, grazie al lavoro della restauratrice Graziella Palei e al coordinamento delle restauratrici di Palazzo Reale. I lavori sui tessili sono stati realizzati direttamente nella sala negli ultimi tre mesi, permettendo al pubblico di osservare dal vivo le delicate fasi del restauro.
«Il trono, simbolo del Palazzo Reale di Napoli, fa ritorno nell’Appartamento di Etichetta, nella sala cui appartiene e che oggi ritrova la propria identità», ha spiegato la direttrice delegata del Palazzo Reale, Tiziana D’Angelo. «Un restauro reso possibile dal progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo, ma inserito in un intervento più ampio sulla Sala del Trono che ha coinvolto restauratori, storici dell’arte e archivisti».
Anche Intesa Sanpaolo ha ribadito il proprio impegno nella tutela del patrimonio culturale. «Il modo con cui ci siamo presi cura del prezioso manufatto dimostra chiaramente lo spirito di Restituzioni», ha dichiarato Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici della banca. «Restituire oggi quest’opera alla sua comunità, dopo il restauro e il percorso espositivo, testimonia l’impegno concreto nella valorizzazione delle testimonianze artistiche del Paese».
Il ritorno del trono rappresenta così non solo il recupero di un’opera simbolo, ma anche il risultato di una collaborazione virtuosa tra istituzioni pubbliche, ricerca scientifica e soggetti privati, confermando il valore del lavoro condiviso nella tutela del patrimonio storico e artistico italiano.