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Piemonte, accordo per i testimoni di giustizia

Regione, Prefettura e Procura insieme per offrire un sostegno economico concreto ai collaboranti

Felicia Bello 21/05/2026
Foto firma accordo testimoni di giustizia.jpeg - {Foto firma accordo testimoni di giustizia.jpeg} - [144275]

Un’intesa definita ‘storica’ e, almeno nei contenuti, senza precedenti in Italia.

È stata firmata al Grattacielo Piemonte l’intesa tra Regione Piemonte, Prefettura di Torino e Procura della Repubblica di Torino per l’attuazione di una misura regionale a sostegno dei testimoni di giustizia. Un accordo che punta a rafforzare la rete istituzionale a tutela di chi decide di collaborare con l’autorità giudiziaria, spesso esponendosi a rischi personali, economici e familiari.

La firma è avvenuta alla presenza del presidente della Regione Alberto Cirio, del prefetto di Torino Donato Cafagna, coordinatore delle prefetture piemontesi, e del procuratore della Repubblica di Torino e della Direzione distrettuale antimafia Giovanni Bombardieri. Con loro numerose autorità civili, giudiziarie e militari, a testimonianza di un impianto istituzionale ampio e trasversale che ha accompagnato la nascita del protocollo.

L’accordo è l’esito di un percorso avviato oltre un anno fa. Il punto di origine viene individuato nella Giornata nazionale per le vittime di mafia, quando proprio il procuratore Bombardieri aveva richiamato l’attenzione sulle difficoltà dei testimoni di giustizia, figure spesso esposte a lunghi tempi di attesa prima dell’attivazione delle tutele statali e a condizioni di fragilità economica nel periodo immediatamente successivo alla collaborazione.

Da lì, un lavoro progressivo di confronto istituzionale e approfondimento normativo ha portato alla definizione di una misura regionale che, nelle intenzioni, anticipa e integra il sistema nazionale di protezione. Il Piemonte diventa così la prima Regione in Italia a dotarsi di uno strumento di questo tipo.

«Il nostro obiettivo è stare accanto a chi sceglie di denunciare, anche quando questo significa mettere a rischio la propria sicurezza e la stabilità della propria vita», ha spiegato in una nota la Regione, sottolineando come il protocollo rappresenti anche un riconoscimento al lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. Un segnale politico e istituzionale che arriva a ridosso dell’anniversario della strage di Capaci, richiamata come riferimento simbolico nella lotta alla criminalità organizzata.

Il prefetto Cafagna ha evidenziato invece il valore della collaborazione tra istituzioni, definendo il protocollo uno strumento operativo per rafforzare la sinergia tra apparati dello Stato e amministrazione regionale. «La lotta alla criminalità organizzata – ha spiegato – richiede una rete stabile tra istituzioni e cittadini, e il sostegno ai testimoni è parte essenziale di questo percorso».

Il procuratore Bombardieri ha insistito sul valore civile della scelta di collaborare con la giustizia. ‘Schierarsi dalla parte giusta – ha affermato – significa contribuire a ristabilire regole di trasparenza e legalità anche nel sistema economico’. Parole che mettono al centro il ruolo dei testimoni come elemento chiave nelle inchieste sulla criminalità organizzata e sulle sue infiltrazioni.

Nel corso della cerimonia è intervenuta anche la presidente della Corte d’Appello di Torino Alessandra Bassi, che ha richiamato la complessità del percorso affrontato da chi decide di testimoniare, spesso segnato da isolamento e difficoltà economiche. Il procuratore generale del Piemonte e Valle d’Aosta Lucia Musti ha invece sottolineato la collaborazione tra istituzioni e il rafforzamento del cosiddetto ‘modello Torino’ nella gestione dei rapporti tra giustizia e territorio.

Accanto agli aspetti giudiziari, il protocollo introduce un elemento operativo centrale. La Regione Piemonte potrà infatti intervenire, in coordinamento con Procura e Prefettura, con un contributo economico straordinario destinato ai testimoni di giustizia nei casi di emergenza, quando i tempi della procedura nazionale non consentano una risposta immediata. L’intervento non sostituisce il sistema statale di protezione, ma lo affianca nella fase iniziale, considerata la più delicata.

Il contributo previsto è pari a 3 mila euro e viene erogato attraverso un conto corrente dedicato attivato dalla Prefettura, con garanzie di assoluta riservatezza sull’identità del beneficiario. Le risorse provengono in parte dal fondo anti-usura regionale, che complessivamente ammonta a circa 800 mila euro e che già finanzia interventi contro l’indebitamento e l’esposizione alla criminalità economica.

Il vicepresidente della Regione Maurizio Marrone ha ricordato le altre misure già attivate negli anni contro le mafie, dal sostegno al riutilizzo sociale dei beni confiscati ai clan fino al fondo anti-usura. Un insieme di strumenti che, nelle intenzioni dell’amministrazione, compone una strategia più ampia di contrasto alla criminalità organizzata.

Il protocollo, nelle sue finalità, punta a colmare un vuoto temporale tra la scelta di collaborare e l’attivazione delle misure statali, un periodo spesso critico per chi entra nel programma di protezione. L’obiettivo è garantire continuità economica minima e condizioni di vita dignitose, riducendo il rischio di isolamento o di ripensamenti legati a difficoltà materiali.

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