Claudio Costa, quando l’arte diventa archeologia dell’uomo

A Torino la più ampia mostra dedicata a uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento

Eliana Puccio 20/07/2026
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C’è un artista che, molto prima che parole come ecologia, biodiversità e memoria del vivente entrassero stabilmente nel lessico culturale contemporaneo, aveva già fatto della natura il centro della propria ricerca. A riportarlo oggi all’attenzione del pubblico è il Pav – Parco Arte Vivente di Torino, che fino all’11 ottobre ospita 'Metamagico', la più ampia mostra personale dedicata a Claudio Costa (1942-1995), figura tra le più originali, radicali e ancora poco esplorate dell’arte italiana del secondo Novecento.

Curata da Marco Scotini, l’esposizione rappresenta uno dei principali appuntamenti della stagione culturale torinese e si inserisce nel percorso di ricerca che il Pav conduce da anni sul rapporto tra arte, natura ed ecosistema. Un filone che, negli ultimi tempi, ha scelto di riscoprire quegli artisti che, già tra gli anni Sessanta e Settanta, avevano intuito temi oggi diventati centrali nel dibattito internazionale sulla sostenibilità ambientale, sulla relazione tra uomo e natura e sulla memoria biologica.

In questo panorama Claudio Costa occupa una posizione del tutto particolare. La natura, nelle sue opere, non viene rappresentata secondo i canoni tradizionali della pittura o della scultura, ma diventa archivio, traccia, testimonianza del tempo biologico e culturale. Per Costa ogni elemento naturale conserva la memoria delle proprie origini e può essere riportato alla luce attraverso il gesto creativo.

Il titolo della mostra prende il nome da un’opera del 1978 e sintetizza efficacemente il cuore della sua ricerca. 'Metamagico' diventa infatti il punto d’incontro tra antropologia, filosofia, archeologia e arte contemporanea. Un pensiero che, come spiega il percorso espositivo, dialoga con le riflessioni di Gilles Deleuze e Félix Guattari, recuperando il valore del rito e del mito come forme di conoscenza alternative alla razionalità occidentale.

A fare da sfondo è anche il richiamo alle riflessioni dell’antropologo Ernesto De Martino, secondo il quale il pensiero magico abita quel confine tra la «presenza che crolla» e la possibilità del suo riscatto. È proprio in questo spazio che, secondo Costa, arte e figura dello sciamano finiscono per incontrarsi, entrambe impegnate a ricostruire un rapporto profondo con le origini dell’esperienza umana.

L’esposizione torinese concentra l’attenzione soprattutto sulla produzione degli anni Settanta, considerata il nucleo più significativo della sua attività. Il percorso riunisce tavole, teche, installazioni, fotografie e materiali d’archivio accomunati da una costante tensione verso l’origine dell’uomo, affrontata attraverso una pratica artistica che lo stesso Costa definiva “work in regress”, evidente gioco di parole ispirato a James Joyce. Non un progresso verso il futuro, ma un ritorno alle radici dell’esistenza.

Le opere nascono da materiali semplici e organici: ardesia, creta, terracotta, cera, ossa, elementi vegetali, reperti naturali. Oggetti che sembrano sospesi tra il reperto archeologico e l’opera d’arte, tra la vetrina di un museo di storia naturale e un luogo rituale. Un linguaggio capace di fondere antropologia, paleontologia, alchimia ed etnografia in una ricerca che sfugge a qualsiasi classificazione.

La mostra si sviluppa in tre sezioni principali. 'Antropologia riseppellita' ricostruisce la celebre sala personale presentata da Costa a Documenta 6 di Kassel nel 1977, uno dei momenti più significativi della sua carriera internazionale. Seguono 'Il Museo dell’uomo' e 'Il Museo di antropologia attiva di Monteghirfo', due capitoli fondamentali della sua riflessione sul museo come luogo vivo, capace non solo di conservare la memoria ma anche di rigenerarla.

Nato nel 1942, Claudio Costa si forma tra Milano e Parigi. Nella capitale francese frequenta il celebre Atelier 17 diretto da Stanley William Hayter e ha l’occasione di conoscere Marcel Duchamp, destinato a diventare uno dei suoi principali riferimenti culturali. Pur entrando in contatto con l’ambiente dell’Arte Povera, sceglie presto una strada autonoma, sviluppando una personale “antropologia visiva” che intreccia discipline diverse e supera i confini tradizionali dell’arte contemporanea.

La sua carriera lo porta a partecipare ad alcune delle più importanti manifestazioni artistiche internazionali, tra cui Documenta di Kassel e numerose edizioni della Biennale di Venezia, compresa la celebre sezione Arte e Alchimia del 1986. Negli ultimi anni di vita la sua ricerca assume anche una forte dimensione sociale. A Genova fonda infatti, presso l’ex ospedale psichiatrico di Quarto, il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli, esperienza che mette in dialogo arte, psicanalisi e inclusione.

Con 'Metamagico' il Pav non propone soltanto una retrospettiva dedicata a un autore ancora poco conosciuto dal grande pubblico, ma invita anche a rileggere, attraverso il suo lavoro, alcune delle domande più urgenti del presente. In un’epoca in cui il rapporto tra uomo e ambiente è al centro del dibattito culturale e scientifico, l’opera di Claudio Costa appare sorprendentemente attuale, restituendo all’arte il compito di interrogare le radici della memoria collettiva e il legame profondo che unisce la storia dell’uomo a quella della natura.

Direttore: DIEGO RUBERO
AUT. TRIB. CUNEO n° 688 del 20/12/23
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