Mentre la Procura di Milano amplia l’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend”, il documentario Sarajevo Safari riporta sotto i riflettori una delle pagine più oscure e disturbanti della guerra in Bosnia-Erzegovina. E Torino diventa uno dei punti in cui questa vicenda riemerge con forza, tra cinema, memoria e interrogativi ancora aperti.
Il film del regista sloveno Miran Zupanic, realizzato nel 2022 e ora distribuito nelle sale italiane dopo il successo in streaming su OpenDDB, ricostruisce una serie di testimonianze che chiamano in causa un presunto sistema clandestino attivo durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1996. Secondo il documentario, facoltosi stranieri – provenienti da diversi Paesi, tra cui anche l’Italia – avrebbero pagato somme ingenti per partecipare a una sorta di “safari umano”, sparando contro civili intrappolati nella città assediata.
Un’accusa che, se confermata, apre scenari inquietanti e che oggi torna a intrecciarsi con le verifiche della magistratura italiana. L’indagine milanese, infatti, starebbe approfondendo movimenti e presenze di persone che negli anni del conflitto si sarebbero spostate tra Friuli, Lombardia ed Emilia-Romagna per raggiungere i territori dell’ex Jugoslavia. Non emergono al momento nomi né capi d’accusa, ma il quadro delineato è sufficiente a riaccendere l’attenzione su una vicenda rimasta a lungo ai margini del racconto pubblico.
In questo contesto, Torino assume un ruolo simbolico e concreto. Il 18 aprile il documentario sarà presentato anche in città alla presenza del giornalista Ezio Gavazzeni, autore del libro I cecchini del weekend, contribuendo a portare il dibattito nel cuore del Piemonte. Non si tratta solo di una proiezione: è un’occasione di confronto su responsabilità, memoria e rimozione collettiva.
Nel film, diversi testimoni descrivono un’organizzazione logistica precisa: arrivi a Belgrado, trasferimenti verso Pale – anche con mezzi militari – e successivamente l’accesso alle postazioni dei cecchini sulle colline attorno a Sarajevo, comprese zone come Grbavica. Tra le voci raccolte c’è anche quella di un ex agente dei servizi segreti bosniaci, che ricostruisce i dettagli operativi di questi presunti viaggi. Racconti che, pur non costituendo prove giudiziarie, contribuiscono a delineare un quadro estremamente grave.
La distribuzione indipendente OpenDDB ha definito il documentario un’opera necessaria per “riaprire una memoria rimossa”. E il film, con immagini esplicite e una narrazione diretta, evita qualsiasi filtro: mette lo spettatore di fronte alle conseguenze della violenza e alla responsabilità di chi ha scelto di guardare altrove.
Il ritorno di Sarajevo Safari nelle sale italiane arriva dunque in un momento cruciale, mentre le indagini proseguono e il tema torna al centro dell’attenzione pubblica. Torino, con la sua tradizione culturale e il suo ruolo nel circuito cinematografico, diventa uno dei luoghi in cui questa storia si confronta con il presente.
Perché se anche solo una parte di queste testimonianze trovasse riscontro, non si tratterebbe soltanto di una pagina oscura della guerra nei Balcani. Sarebbe una ferita che riguarda anche l’Europa e l’Italia. E che oggi, a distanza di oltre trent’anni, continua a chiedere verità.