World Press Photo, le immagini che raccontano le ferite del presente

Dal 18 settembre al 13 dicembre Torino ospita 144 fotografie selezionate tra oltre 57mila scatti

Felicia Bello 18/09/2026
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Guerre, migrazioni, crisi ambientali, proteste e diritti negati, ma anche malattia, lutto, solitudine e sopravvivenza. Il presente, con le sue contraddizioni e le sue ferite, torna a essere raccontato attraverso gli scatti dei più importanti fotoreporter internazionali. Dal 18 settembre al 13 dicembre Torino ospita, per il decimo anno consecutivo, la World Press Photo Exhibition, la mostra dedicata al meglio del fotogiornalismo e della fotografia documentaria mondiale.

Ad accogliere l’esposizione sarà l’ipogeo della Rotonda del Talucchi, negli spazi dell’Accademia Albertina di Belle Arti. La mostra, organizzata da Cime, Brand Ambassador per l’Italia della World Press Photo Foundation, ha ottenuto il patrocinio della Città di Torino e della Città Metropolitana.

Il percorso riunisce 144 fotografie realizzate dai 42 autori premiati, scelti tra 3.747 fotografi provenienti da 141 Paesi. Alla 69ª edizione del concorso sono state candidate complessivamente 57.376 immagini, sottoposte prima alla valutazione di giurie regionali indipendenti e successivamente a quella di una giuria internazionale. La selezione ha tenuto conto della qualità visiva, della forza del racconto giornalistico e della capacità di restituire prospettive differenti sulle grandi questioni contemporanee. 

Più che una semplice esposizione fotografica, la World Press Photo si presenta come una mappa del nostro tempo. Le immagini conducono i visitatori dall’Ucraina alla Palestina, dagli Stati Uniti al Nepal, dal Pakistan al continente africano. Raccontano territori devastati dai bombardamenti, popolazioni costrette alla fuga, emergenze umanitarie e conseguenze dei cambiamenti climatici. Accanto alle grandi crisi geopolitiche emergono le mobilitazioni sociali, la battaglia per i diritti, le trasformazioni delle comunità e le difficoltà affrontate dalle nuove generazioni.

Una parte del percorso è riservata alle storie che si consumano lontano dalle prime pagine: esperienze personali segnate dalla malattia, dall’isolamento e dalla perdita, ma anche esempi di resistenza e rinascita. È proprio nell’alternanza tra eventi globali e dimensione privata che la mostra esprime la propria forza: ogni fotografia diventa insieme documento, testimonianza e interrogativo rivolto a chi osserva.

Tra le opere più attese figura 'Separated by ICE' della fotografa statunitense Carol Guzy, vincitrice del riconoscimento World Press Photo of the Year 2026. Lo scatto mostra le figlie di Luis, un migrante ecuadoriano, aggrappate alla sua camicia mentre l’uomo viene arrestato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement dopo un’udienza al tribunale federale di Manhattan. Un’immagine capace di condensare in un solo istante il dramma umano delle politiche migratorie: la paura dei bambini, la separazione familiare e l’irruzione delle decisioni pubbliche nella vita privata. Tra i finalisti del premio figurano anche Aid Emergency in Gaza di Saber Nuraldin e The Trials of the Achi Women di Victor J. Blue. 

L’unica italiana presente tra i vincitori è Chantal Pinzi, premiata per il progetto Farīsāt: Gunpowder’s Daughters. Il lavoro è dedicato alle donne marocchine che praticano la 'tbourida', un’antica esibizione equestre caratterizzata da cavalcate collettive e spari sincronizzati, per secoli considerata un territorio esclusivamente maschile. Attraverso i loro volti e i loro gesti, Pinzi racconta una generazione di donne che entra in una tradizione senza rinnegare le proprie radici, ma modificandone dall’interno ruoli ed equilibri.

Nella sezione europea trovano spazio anche l’attacco russo su Kyiv documentato da Evgeniy Maloletka, il progetto Drone Wars di David Guttenfelder sulla trasformazione tecnologica del conflitto ucraino e Burned Land di Brais Lorenzo, dedicato alle conseguenze degli incendi. Immagini differenti, accomunate dalla volontà di rendere visibili eventi e persone che rischierebbero di essere ridotti a numeri o rapidamente dimenticati.

La mostra torinese sarà accompagnata da un programma di conferenze e incontri dedicati alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità. Il primo appuntamento è in calendario venerdì 25 settembre con il fotografo argentino Pablo E. Piovano, autore del progetto Il costo umano delle agrotossine. Il suo lavoro documenta le conseguenze sanitarie e sociali dell’impiego intensivo di pesticidi nelle aree agricole dell’Argentina, dando un volto alle comunità esposte alle sostanze chimiche.

La World Press Photo Exhibition resterà aperta fino al 13 dicembre, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 20 e il sabato e la domenica dalle 10 alle 21. Un’occasione per osservare il mondo attraverso lo sguardo di chi raggiunge tribunali, zone di guerra e luoghi dimenticati perché ritiene che vedere, documentare e conservare una prova continui a essere essenziale.

Direttore: DIEGO RUBERO
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