La mobilitazione No Tav in Valle di Susa si chiude con un lungo strascico di polemiche politiche, accertamenti investigativi e prese di posizione che confermano come gli scontri avvenuti attorno al cantiere della Torino-Lione siano destinati a produrre effetti ben oltre il piano giudiziario. Mentre la Procura di Torino continua a lavorare per individuare i responsabili delle violenze, il presidio di Venaus si è concluso con una vasta operazione di identificazione da parte delle forze dell’ordine e con un nuovo confronto tra movimento, istituzioni e mondo dell’avvocatura.
Il dispositivo predisposto dalla Questura ha interessato le principali vie di uscita dall’area del campeggio allestito in occasione del Festival dell’Alta Felicità. L’obiettivo dichiarato era identificare tutti i partecipanti presenti dopo gli assalti ai cantieri di Chiomonte e San Didero, episodi per i quali la Procura procede ipotizzando il reato di devastazione e valutando ulteriori contestazioni nei confronti dei responsabili. Complessivamente sono state identificate oltre un migliaio di persone nell’arco delle operazioni, mentre proseguono le analisi dei filmati acquisiti da droni, telecamere e operatori di polizia per attribuire le singole responsabilità.
Tra le persone sottoposte a controllo figuravano anche alcuni volti storici del movimento, come Nicoletta Dosio, e il consigliere comunale di minoranza di Giaglione Franco Olivero Fugera. Quest’ultimo, durante le operazioni, ha invitato gli operatori dell’informazione a non effettuare riprese delle identificazioni. Tra gli attivisti controllati erano presenti anche esponenti dell’area anarchica, alcuni dei quali provenienti dalla Francia. Secondo fonti qualificate, invece, non risultavano presenti militanti riconducibili al centro sociale Askatasuna all’interno del presidio di Venaus.
Il movimento No Tav ha duramente contestato il dispositivo di sicurezza predisposto dalla Questura, interpretandolo come una risposta politica alle manifestazioni dei giorni precedenti. In una nota gli attivisti sostengono che «dopo tre giorni di bivacco, proiezioni, assemblee e momenti di socialità, i presidianti di Venaus hanno deciso di mobilitarsi» e definiscono la manifestazione automobilistica una risposta «alla militarizzazione sempre più capillare della Valsusa e al tentativo della Questura di Torino di isolare e confinare la lotta No Tav lontana dagli occhi di presunti turisti e amanti della montagna».
Secondo il movimento, il campeggio avrebbe registrato una partecipazione significativa, smentendo le ricostruzioni che parlavano di un progressivo ridimensionamento della protesta. «Nonostante le insinuazioni di debolezza e scarsa partecipazione – affermano gli attivisti – anche questo campeggio è stato molto attraversato e la voglia di continuare a presidiare i luoghi simbolo della devastazione resta condivisa e diffusa». Il corteo di auto partito da Venaus, aggiungono, avrebbe attraversato diversi centri della bassa Valle di Susa «raccogliendo lungo il percorso manifestazioni di solidarietà».
La strategia investigativa, nel frattempo, prosegue senza soste. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire la composizione del cosiddetto 'blocco nero' che ha preso parte agli assalti contro il cantiere. Gli investigatori ritengono che parte degli antagonisti possa essere transitata proprio dall’area del campeggio prima e dopo gli scontri, circostanza che ha motivato le identificazioni estese effettuate al termine della manifestazione. L’analisi incrociata delle immagini e dei dati raccolti dovrà consentire di attribuire eventuali responsabilità individuali.
Il dibattito si è spostato anche sul piano politico. Sul futuro della Torino-Lione è intervenuto il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che ha invitato ad affrontare il dossier con un approccio pragmatico. «Mettiamoci intorno a un tavolo con i francesi, dateci le carte. Se voi francesi non la volete più, bisogna essere pragmatici», ha dichiarato, rilanciando il tema del confronto tra Italia e Francia sull’effettiva prosecuzione dell’opera. Da Forza Italia Torino è il segretario di Torino Marco Fontana a replicare «Forse Conte vuole un'altra analisi costi-benefici? Se certa politica non avesse giocato per anni sul dissenso l'opera sarebbe già realizzata da oltre un decennio. Prima o poi qualcuno chiederà i danni erariali per l'aumento dei costi dell'opera per chi ha indirettamente avvallato le proteste?».
Parallelamente si apre anche un fronte sul terreno delle garanzie processuali. La Camera Forense per la Costituzione ha diffuso una nota nella quale esprime «il proprio sconcerto» per il collegamento tra il quadro indiziario dei due cittadini tedeschi arrestati dopo gli scontri e la scelta di affidare la loro difesa all’avvocato Gianluca Vitale, storico legale di numerosi attivisti dell’area antagonista. Secondo l’associazione, la nomina del difensore non può essere utilizzata come elemento interpretativo delle indagini.
«Esprimiamo solidarietà all’avvocato Gianluca Vitale, colpito dallo stigma del pregiudizio», afferma la Camera Forense. «L’attacco al difensore è un attacco all’intera categoria e alla libertà delle persone di scegliere il proprio avvocato, libertà fondamentale garantita dalla Costituzione». L’associazione sottolinea come qualsiasi valutazione investigativa debba restare distinta dall’esercizio del diritto di difesa, evitando collegamenti ritenuti «privi di fondamento giuridico e gravemente pregiudizievoli».
Mentre proseguono gli accertamenti della Procura e della Digos, la vicenda conferma come la contrapposizione attorno alla Torino-Lione continui a svilupparsi su più livelli: quello dell’ordine pubblico, con l’individuazione dei responsabili delle violenze; quello politico, con il confronto sul futuro dell’opera; e quello giudiziario, dove alle indagini si affianca il dibattito sulle garanzie costituzionali e sul diritto di difesa. Un intreccio destinato a rimanere al centro dell’attenzione ancora a lungo.