Siccità, il Piemonte rischia un conto da 2 miliardi di euro

Confagricoltura chiede alla Regione il riconoscimento dello stato di calamità. Raccolti decimati, costi alle stelle e filiera agroalimentare sotto pressione

Walter Caputo 06/08/2026
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Il Piemonte rischia di trovarsi di fronte a una delle crisi agricole più pesanti degli ultimi anni. Non è soltanto un problema di raccolti compromessi o di campi arsi dal sole: è un’emergenza economica che coinvolge l’intera filiera agroalimentare, dagli allevamenti all’industria di trasformazione, fino ai consumatori. Per questo Confagricoltura Piemonte ha chiesto alla Regione di attivare con urgenza la procedura per il riconoscimento della siccità come evento calamitoso, passaggio indispensabile per consentire l’accesso agli interventi previsti dal Fondo di solidarietà nazionale. 

Il presidente di Confagricoltura Piemonte, Enrico Allasia, non usa mezzi termini: «L’emergenza è evidente. Le prime stime raccolte dai nostri tecnici indicano un danno complessivo che potrebbe aggirarsi attorno ai 2 miliardi di euro». Una cifra enorme che fotografa soltanto una parte degli effetti di una stagione caratterizzata da temperature elevate, precipitazioni insufficienti e disponibilità idrica sempre più ridotta.

Le conseguenze sono ormai visibili in quasi tutte le colture strategiche della regione. Il mais, pilastro della zootecnia piemontese, registra perdite produttive comprese tra il 40 e l’80%, con appezzamenti non irrigui dove il raccolto è praticamente azzerato. La soia perde tra il 40 e il 70% della produzione, mentre prati stabili, foraggere e pascoli mostrano riduzioni analoghe, mettendo in seria difficoltà gli allevamenti. Problemi significativi vengono segnalati anche per riso, vigneti, noccioleti, girasole e produzioni orticole, dove oltre al calo quantitativo si osserva un peggioramento della qualità, maturazioni anticipate, frutti di dimensioni inferiori e fenomeni di cascola.

La crisi, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che manca nei campi. Le aziende agricole stanno affrontando contemporaneamente un’impennata dei costi. Per salvare le colture è stato necessario aumentare drasticamente l’uso dell’irrigazione, con conseguente crescita dei consumi energetici. Gli allevatori, inoltre, devono acquistare foraggi esterni perché quelli normalmente prodotti in azienda non sono sufficienti. In diverse aree alpine e collinari gli animali sono stati costretti ad abbandonare anticipatamente gli alpeggi per l’assenza di erba disponibile, aggravando ulteriormente i costi di gestione.

È un effetto domino che rischia di propagarsi lungo tutta la filiera agroalimentare. Minori produzioni significano meno materia prima per mangimifici, industrie alimentari, caseifici e trasformatori, con inevitabili ripercussioni sui prezzi e sulla competitività delle imprese piemontesi.

L’allarme lanciato dalle organizzazioni agricole trova conferma anche nel quadro meteorologico. Già all’inizio dell’estate Arpa Piemonte aveva evidenziato un progressivo deterioramento della situazione idrica, dovuto alla scarsità di neve in quota, alla riduzione delle precipitazioni e alle portate sempre più basse dei corsi d’acqua. A metà luglio il quadro è ulteriormente peggiorato, con condizioni di siccità severa in ampie porzioni del bacino del Tanaro, dello Scrivia e del Po a monte della Dora Baltea, livelli che non si registravano dal 2022. Le precipitazioni di giugno risultavano inferiori di circa il 36% rispetto alla media climatica di riferimento. 

Per il comparto agricolo il riconoscimento dello stato di calamità rappresenta quindi un passaggio fondamentale. La normativa prevede infatti che, una volta delimitate le aree colpite e riconosciuto il carattere eccezionale dell’evento, possano essere attivati gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale per le aziende che abbiano subito danni superiori al 30% della produzione lorda vendibile. 

Ma il problema va oltre la gestione dell’emergenza. Le ondate di caldo e la scarsità d’acqua non rappresentano più eventi isolati. Si stanno trasformando in una componente strutturale del clima del Nord Italia, imponendo un ripensamento degli investimenti nel sistema irriguo, nella realizzazione di nuovi bacini di accumulo, nell’efficientamento delle reti e nell’adozione di tecnologie capaci di ridurre gli sprechi idrici.

Il rischio, altrimenti, è che ogni estate presenti un conto sempre più salato. E se le stime di Confagricoltura dovessero trovare conferma, i quasi 2 miliardi di euro di perdite non rappresenterebbero soltanto un problema per gli agricoltori, ma una ferita per l’intera economia piemontese, dove il settore agroalimentare costituisce uno dei principali motori di produzione, occupazione ed esportazioni.

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