C’è molto più di un semplice aperitivo dietro il successo internazionale del Prosecco. A volte sono i rituali quotidiani, le abitudini di consumo e persino un cocktail a modificare gli equilibri del commercio mondiale. È la conclusione a cui giunge uno studio delle Università di Torino e Verona, pubblicato sulla rivista scientifica Applied Economics, che dimostra come la crescente popolarità dello Spritz abbia contribuito in modo significativo all’espansione dell’export del Prosecco, trasformando un fenomeno culturale in un vero vantaggio competitivo per il Made in Italy.
Il punto di svolta individuato dai ricercatori coincide con il 2011, quando l’International Bartenders Association inserì ufficialmente lo Spritz tra i cocktail codificati a livello mondiale. Da quel momento la bevanda, nata nel Nord-Est italiano, ha smesso di essere una specialità locale per diventare uno standard internazionale presente nei menu dei cocktail bar di tutto il mondo. Il risultato è stato un effetto indiretto ma misurabile: ogni Spritz servito all’estero ha contribuito ad aumentare notorietà e domanda del suo ingrediente principale, il Prosecco.
Per verificare questa ipotesi gli studiosi hanno utilizzato un approccio innovativo, combinando modelli econometrici sul commercio internazionale con i dati di Google Trends, i flussi turistici verso l’Italia e le statistiche sulle esportazioni. L’obiettivo era capire se dietro la crescita delle vendite all’estero vi fosse soltanto la qualità del prodotto oppure anche il peso della cultura e degli stili di consumo. I risultati mostrano un legame statisticamente significativo tra la diffusione dello Spritz e l’aumento dell’export di Prosecco, anche dopo aver corretto l’analisi per altri fattori economici e turistici.
L’aspetto forse più interessante è che lo stesso fenomeno non si osserva per altri grandi spumanti concorrenti, come il Cava spagnolo. Questo rafforza la tesi secondo cui non sia cresciuto genericamente il mercato delle bollicine, ma che il Prosecco abbia beneficiato dell’enorme forza comunicativa di un cocktail diventato simbolo dell’aperitivo italiano nel mondo.
I dati del settore sembrano confermare questa dinamica. Secondo il Consorzio di tutela, nel 2025 il Prosecco DOC ha raggiunto 667 milioni di bottiglie, delle quali l’82% destinato ai mercati esteri, con una crescita dell’export del 2,3% rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti restano il primo mercato, seguiti dal Regno Unito, mentre la Francia registra uno degli incrementi più rilevanti.
Ancora più significativo è il peso assunto dalla mixology. Le elaborazioni dell’Osservatorio del Vino UIV-Ismea stimano che oltre 340 milioni di bottiglie di spumante italiano vengano ormai destinate ogni anno alla preparazione di cocktail, generando circa 2,8 miliardi di Spritz e altri drink a base di Prosecco. Una tendenza che ha contribuito a sostenere la domanda internazionale anche in una fase di rallentamento dei consumi di vino tradizionale.
Per gli autori della ricerca il caso dello Spritz rappresenta un esempio concreto di come il valore economico di un prodotto non dipenda soltanto dalla sua qualità o dalle strategie commerciali tradizionali. Simboli culturali, esperienze di consumo e riconoscibilità internazionale possono diventare strumenti di promozione tanto efficaci quanto una campagna di marketing. In altre parole, esportare uno stile di vita può rivelarsi il modo migliore per esportare anche un prodotto.
Lo studio apre così una nuova prospettiva per le politiche di valorizzazione dell’agroalimentare italiano. Se un cocktail è riuscito a rafforzare la presenza del Prosecco sui mercati internazionali, la cultura gastronomica e i rituali sociali del Made in Italy potrebbero rappresentare, sempre più, un fattore strategico di competitività per molte altre eccellenze nazionali.