Da Torino arriva una nuova ricerca destinata a pesare nel dibattito internazionale sul cambiamento climatico. A firmarla è un gruppo di studiosi guidato dal Politecnico di Torino, insieme all’Università di Padova e alla University of Leeds, con uno studio appena pubblicato su Nature Portfolio che punta i riflettori su uno dei grandi regolatori del clima europeo: la corrente a getto del Nord Atlantico.
Il jet stream, quella fascia di venti intensissimi che scorre da ovest verso est a migliaia di metri di quota sopra l’Atlantico, è una sorta di “binario atmosferico” capace di guidare perturbazioni, tempeste e masse d’aria verso il continente europeo. Da decenni meteorologi e climatologi ne studiano movimenti e oscillazioni, perché dalla sua posizione dipendono in larga misura gli inverni britannici, le nevicate sulle Alpi, le piogge sul Nord Europa e, spesso, anche la siccità del Mediterraneo.
Ora il lavoro coordinato da Torino aggiunge un tassello importante: la corrente a getto non starebbe semplicemente spostandosi o intensificandosi, ma starebbe diventando meno variabile. In altre parole, oscillerebbe meno rispetto al passato, assumendo configurazioni più persistenti e potenzialmente più estreme.
Il lavoro, guidato da Andrea Vito Vacca insieme a Jost von Hardenberg e Katinka Bellomo, ha analizzato 75 anni di dati atmosferici, dal 1950 al 2024, utilizzando il database meteorologico ERA5 del Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche. I risultati mostrano che la variabilità invernale della latitudine del jet stream si è ridotta del 18%, mentre quella relativa alla sua inclinazione è diminuita del 14%.
«Negli ultimi decenni abbiamo osservato una progressiva diminuzione delle oscillazioni del jet, sia in termini di posizione sia di inclinazione», spiega Vacca, dottorando del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture del Politecnico. «È un segnale che emerge con chiarezza dalle osservazioni e che appare compatibile con l’influenza delle emissioni antropiche».
Il dato forse più sorprendente emerge però dal confronto con i modelli climatici di ultima generazione. Il gruppo ha esaminato oltre 250 simulazioni internazionali, scoprendo che il segnale osservato nell’atmosfera reale è circa quattro volte più intenso rispetto a quello previsto dai modelli numerici. Un divario che apre interrogativi cruciali sulla sensibilità del sistema climatico.
«I modelli climatici concordano nel prevedere una riduzione della variabilità dovuta ai gas serra, ma il trend osservato si colloca ai margini dell’intervallo simulato», sottolinea Vacca. «Questo può significare che i modelli sottostimano la risposta dell’atmosfera all’aumento dei gas serra, oppure che stanno sottovalutando la variabilità naturale del sistema, che potrebbe amplificare ulteriormente questo indebolimento».
Per Torino, città che negli ultimi anni ha investito con decisione nella ricerca sul clima e sulle tecnologie ambientali, il risultato rappresenta anche una conferma del ruolo crescente del Politecnico nei network scientifici internazionali. Non è un caso che parte della ricerca sia stata sviluppata anche in collaborazione con il Cnr-Isac di Torino e con gruppi britannici specializzati nella dinamica atmosferica.
Dal punto di vista pratico, le implicazioni potrebbero essere rilevanti per tutta l’Europa. Una corrente a getto meno “mobile” tende infatti a favorire configurazioni meteorologiche persistenti: settimane di piogge intense sulle Isole Britanniche e sul Nord Europa, oppure lunghi periodi anticiclonici sul Mediterraneo con scarsità di precipitazioni.
Secondo gli autori, il fenomeno potrebbe contribuire ad accentuare quella polarizzazione climatica che il continente sta già sperimentando: alluvioni più frequenti a nord, siccità più prolungate a sud. Gli stessi modelli indicano inoltre che, in scenari di alte emissioni, la variabilità del jet potrebbe diminuire ulteriormente entro la fine del secolo, arrivando fino a oltre il 30% in meno rispetto alla metà del Novecento.
«Capire come cambia la dinamica atmosferica è fondamentale quanto misurare l’aumento delle temperature», osserva von Hardenberg. «Perché sono proprio questi meccanismi a trasformare il riscaldamento globale in eventi estremi che toccano la vita quotidiana delle persone».
E da Torino, ancora una volta, arriva un contributo che potrebbe aiutare l’Europa a leggere con maggiore precisione il proprio futuro climatico.