(Adnkronos) - Viktor Orban colpisce ancora usando l'arma che sa maneggiare meglio, il diritto di veto. Il premier ungherese, che è anche il membro del Consiglio Europeo con la maggiore anzianità di servizio, ha bloccato, spalleggiato dal premier slovacco Robert Fico, il prestito da 90 miliardi di euro per sostenere l'Ucraina nel 2026 e 2027 che l'Ue aveva concordato nel summit dello scorso dicembre. Gli altri leader europei non hanno potuto fare altro che protestare e rinfacciargli il fatto che è venuto meno alla parola data, "l'unica cosa che gli dà fastidio", secondo una fonte diplomatica, perché "sa che è vero".
Tutto inutile: il prestito all'Ucraina rimane bloccato, insieme al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, in attesa delle elezioni politiche che si terranno in Ungheria il prossimo 12 aprile. La discussione tra i capi di Stato e di governo dell'Ue sul prestito da 90 miliardi di euro all'Ucraina si è dunque conclusa presto, a Bruxelles, con l'approvazione delle conclusioni a 25, senza l'Ungheria e senza neppure la Slovacchia, come già era accaduto nello scorso dicembre. E' da tempo, comunque, che il Consiglio Europeo non approva conclusioni all'unanimità sull'Ucraina, poiché l'Ungheria si è sfilata da un pezzo.
"La posizione ungherese è molto semplice - ha ribadito Orban, arrivando al Consiglio Europeo - siamo pronti a sostenere l'Ucraina quando riavremo il nostro petrolio, che è bloccato" dagli ucraini. No oil, no money: niente petrolio, niente soldi, come Orban va ripetendo da giorni, in tutte le salse. Le conclusioni approvate oggi, ben 17 punti, si aprono sottolineando, al punto 2, che il testo viene "saldamente" sostenuto da "25 capi di Stato o di governo". Tecnicamente, per quanto saldo sia il sostegno dei 25, se non sono a 27, non sono conclusioni del Consiglio Europeo: non hanno lo stesso valore giuridico e segnalano l'esistenza di una divisione tra i leader.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è collegato con i 27 in videoconferenza, per sottolineare che "ormai da tre mesi, la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l'Ucraina da parte dell'Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest'anno e il prossimo. Per noi è fondamentale".
Niente da fare: Orban e Fico hanno mantenuto il veto, come previsto alla vigilia da fonti diplomatiche. Non ha aiutato a sbloccare l'impasse il fatto che Zelensky si sia spinto nei giorni scorsi a minacciare di morte, non troppo velatamente, il premier ungherese, cosa che Orban ha immediatamente sfruttato in campagna elettorale. Dato in svantaggio da alcuni sondaggi rispetto ai rivali di Tisza, di fronte al rischio di perdere il potere Orban non guarda in faccia a nessuno: primum vivere.
Durante la discussione che è seguita al discorso di Zelensky, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, come hanno riferito fonti Ue, ha affrontato la questione del comportamento dell'Ungheria in merito al prestito all'Ucraina, "deciso per consenso" dal Consiglio Europeo a dicembre, con il sostegno di "tutti" i capi di Stato e di governo, Orban e Fico inclusi. Come già fatto nei precedenti scambi con l'ungherese, Costa ha affermato che questo tipo di comportamento è "inaccettabile" e che viola i principi di buona fede e di sincera cooperazione sanciti dai trattati.
Anche gli altri leader hanno espresso a Orban il loro disappunto. C'è ben poco, tuttavia, che Costa e i capi di Stato e di governo possano fare, a parte protestare: senza il via libera dell'Ungheria (e della Slovacchia), è impossibile modificare il regolamento sull'Mff 2021-27, indispensabile per effettuare il prestito all'Ucraina da 90 mld di euro, garantito dal bilancio Ue, concordato nello scorso dicembre e che dovrebbe avvenire mediante cooperazione rafforzata, a 24 (senza Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca).
Il motivo del veto è, almeno ufficialmente, la questione dell'oleodotto Druzhba, danneggiato da un bombardamento russo alla fine di gennaio. L'oleodotto, costruito dall'Urss per portare il petrolio dagli Urali e dalla Siberia ai Paesi del Comecon, prima di essere bombardato dai russi riforniva Ungheria e Slovacchia di greggio, in virtù di una eccezione alle sanzioni strappata dai due Paesi, privi di acceso al mare.
Gli ungheresi sostengono che sarebbe stato danneggiato solo un magazzino, e che l'oleodotto potrebbe essere riparato in pochi giorni, se gli ucraini lo volessero. Hanno anche accusato Kiev di ritardarne apposta la riparazione, per influire sul voto del 12 aprile, in combutta con l'Ue. Il presidente Volodymyr Zelensky, dietro forti pressioni da parte dei vertici dell'Unione, ha detto che lo riparerà, grazie a fondi e aiuti europei, ma che ci vorrà "un mese e mezzo". La Commissione Europea, la cui presidente Ursula von der Leyen aveva detto di disporre di soluzioni alternative, che poi alla prova dei fatti non si sono materializzate, ha inviato una missione in Ucraina per verificare lo stato della pipeline.
Per Costa, ricorda una fonte Ue, la situazione dell'oleodotto Druzhba è una questione diversa dal prestito. Il suo ripristino dipende esclusivamente dalla capacità dell'Ucraina di ripararlo e dalla volontà della Russia di non distruggerlo nuovamente. Costa, prosegue la fonte, sta collaborando con le autorità ucraine per fornire loro "assistenza" e il presidente Zelenskyy si è "appena impegnato a ripristinare completamente il flusso di petrolio il prima possibile" e a rispettare "pienamente" il ruolo dell'Ucraina come "partner energetico affidabile" dell'Ue.
Costa ha inoltre ricordato che alcune dichiarazioni pubbliche del presidente Zelensky sul primo ministro ungherese sono "inaccettabili" e che "questa escalation non è nell'interesse di nessuno". Tutto inutile: Orban non si è mosso di un millimetro, continuando a brandire il veto, come fa regolarmente da anni nelle occasioni più svariate. Invano il cancelliere tedesco Friedrich Merz gli ha pubblicamente rinfacciato che "il principio che regola il funzionamento dell'Unione Europea è quello della lealtà e dell'affidabilità. E dò per scontato che tutti gli Stati membri dell'Unione europea lo rispettino".
Il premier belga Bart De Wever ha indicato che lo sblocco del prestito all'Ucraina, molto probabilmente, dovrà attendere fino a dopo le elezioni in Ungheria, previste per il 12 aprile. "Ho l'impressione che faccia parte della sua campagna elettorale", ha notato. Dopo aver rampognato Orban in privato e in pubblico, il presidente Costa ha preferito procedere con gli altri punti all'ordine del giorno, visto che il premier magiaro non ha fatto una piega. In ogni caso, come ha spiegato una fonte diplomatica, l'Ucraina ha ancora un po' di tempo, grazie ad un accordo con il Fmi, prima di rimanere priva di fondi. Può sopravvivere fino a dopo il 12 aprile senza fare default. Sempre che Orban le elezioni le perda davvero. (di Tommaso Gallavotti)
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