(Adnkronos) - "Il bene comune si dovrebbe imparare a scuola, è lì che si forma la società". Così Rocco Papaleo, Vanessa Scalera e Claudia Pandolfi, ospiti del nuovo episodio del vodcast Adnkronos – disponibile integralmente sul sito e sul canale YouTube – presentano 'Il bene comune'. Dal 12 marzo nelle sale con PiperFilm, il film segna la quinta regia di Papaleo, che firma anche sceneggiatura, produzione e interpreta il protagonista accanto a Scalera, Pandolfi e Teresa Saponangelo: "Una banda di bandite", scherza il regista. Al centro della storia ci sono una guida turistica (Papaleo) e un'attrice di insuccesso (Scalera), che accompagnano quattro detenute (Pandolfi, Saponangelo, Livia Ferri e Rosanna Sparapano) sul massiccio del Pollino alla ricerca del secolare Pino Loricato, simbolo di resilienza. Il cammino diventa un viaggio di trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica – alcuni brani della colonna sonora sono dello stesso Papaleo – che prende forma passo dopo passo fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse. Un film che, inevitabilmente, si fa anche manifesto di solidarietà. "Oggi forse possiamo solo sognarla sullo schermo", riflette Pandolfi. "Il mondo che ci circonda è combattivo, collerico, aggressivo: c'è una costante necessità di manifestare il proprio potere". L'intervista si sposta poi sul terreno personale. "È stata la mia famiglia a insegnarmi il valore del bene comune", racconta Papaleo. "Mia madre, pur venendo da un retaggio religioso quasi bigotto, era aperta, dava amore a tutti. Ho scoperto il valore dell'empatia al suo funerale, così pieno di persone. Mio padre lavorava all'ufficio delle imposte dirette e aiutava tutti con la dichiarazione dei redditi: non si prendeva mai niente, lo ringraziavano portandogli zucchero e caffè. Quel bene circolava sempre in casa nostra". Anche Pandolfi riconosce di averlo imparato in famiglia: "È stato il tessuto in cui l'ho percepito per la prima volta". Poi in palestra, "dove c'è uno scambio totale di fatica e soddisfazioni", e sul set: "Ho iniziato a 17 anni e ho subito notato quella generosità nel raggiungere un traguardo comune". Scalera, invece, lo ha trovato nella "vietta di 300 metri" dove viveva la nonna a Latiano: "Un paese dove tutti si conoscevano. I racconti delle persone erano le mie favole. Quella rete di persone è stata il mio bene comune. I miei genitori erano spesso fuori per lavoro, facevano gli infermieri, e quella comunità è stata il mio salvagente". Nel film, attraverso il personaggio interpretato da Pandolfi, affiora anche il tema della violenza sulle donne. E sul linguaggio - quello che usiamo ogni giorno, non solo nelle canzoni - si concentra la riflessione del cast. Un tema tornato al centro del dibattito anche grazie alle parole di Gino Cecchettin - fondatore della fondazione intitolata a sua figlia Giulia, vittima di femminicidio, che ha più volte richiamato alla necessità di una maggiore consapevolezza anche nei testi delle canzoni. "Sì, dobbiamo ripartire dalle parole", dice Pandolfi, "ma non dalle canzoni o dai film: dalle istituzioni. Non possiamo aspettarci che una canzone ci dica cosa fare. Non è il suo compito". Per l'attrice, il punto è un altro: "Serve che un ragazzo, a scuola, abbia tra le sue lezioni anche educazione sesso-affettiva e teatro. Non perché faccio l'attrice, ma perché il teatro aiuta a raccontarsi, ad ascoltare l'altro, a sviluppare empatia. Sono mondi inesplorati che sarebbero fondamentali". Papaleo annuisce: "La questione è tutta nella scuola: è lì che si forma la società. Bisogna investire a spada tratta nell'istituzione scolastica. Aumentare gli stipendi di maestri e professori, ridare centralità alla figura dell'insegnante. Oggi spesso l'insegnamento è un ripiego, non una vocazione. Dobbiamo ricreare quella vocazione e introdurre materie che formino davvero le nuove generazioni. È tutto lì". Papaleo è alla sua quinta regia ("ma forse è il caso di smettere", ironizza), ma per Pandolfi e Scalera l'idea di passare dietro la macchina da presa non è in programma: "Non abbiamo alcuna intenzione di fare regia", dicono sorridendo. Scalera, però, riconosce che il ruolo le ha aperto una porta interiore: "Mi ha fatto riscoprire la ragazza che ero quando sono arrivata a Roma: l'energia, la voglia instancabile di fare questo mestiere, il sorriso che a volte si era affievolito. Portare in scena quei sentimenti, per me che non sono abituata, è stato un bell'esercizio di apertura". (di Lucrezia Leombruni)
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